Blossoms Shanghai di Wong Kar-wai

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Se i primi dieci episodi imponevano di sospendere il culto autoriale per misurare l’opera sui suoi connotati propri, i rimanenti venti confermano quanto proprio sul terreno estetico, rispetto a quello drammaturgico, Blossoms Shanghai chiede di essere ricordata. La statura del regista non funge da salvacondotto, ma laddove la costruzione narrativa continua a franare sotto il peso di trame che si moltiplicano, è la mano dell’esteta a tenere insieme il racconto, facendo del dato visivo il vero soggetto della serie.
Le trame, in effetti, si accavallano senza tregua. La contesa con Wei per le camicie del signor Fan si chiude con una trovata pubblicitaria talmente efficace da imporla come capo più desiderato della città; la signorina Wang (Tang Yan) precipita dall’apice al declassamento in fabbrica per l’equivoco degli orecchini di perle; Ling Zi (Ma Yili) scioglie la società con Bao e rinasce con un raffinato omakase shanghainese; Li Li (Xin Zhilei) resiste al colpo di mano delle rivali di Huanghe Lu e stringe con Bao il patto “denaro contro informazioni” contro Qiang (Huang Jue). La guerra borsistica culmina nell’arresto del rivale e nel ritiro espiatorio di Li Li, mentre Ah Bao esce dal mercato in pareggio e dismette l’abito di “Bao Zong” per tornare sé stesso. A reggere questa sovrabbondanza è, ancora una volta, la sola forza dell’immagine. La fotografia di Peter Pau prosegue nel recupero delle tonalità dorate e ambrate, avvolgendo il lusso opaco della Shangai anni Novanta in una nostalgia satura e magnetica, dove la luce illustra l’azione generandola, ritagliando i corpi nel buio e trasformando ogni interno — la sala del Peace Hotel, i tavoli di Huanghe Lu, le vetrine dei locali contesi — in una superficie preziosa e riflettente. Il lavoro raffinato, se non maniacale, sul raddoppiamento dell’immagine con le immagini-cristallo trova in questi episodi la sua formulazione più compiuta. L’enigma di “Mr. A” per esempio, il cui volto nell’episodio conclusivo ricalca quello di Ah Bao, cristallizza in un’unica inquadratura l’identità scissa tra l’apparente e l’oscuro, il doppio divergente di ciò che il protagonista sarebbe potuto diventare proseguendo la corsa: una vertigine speculare in perfetta sintonia con le trame sotterranee del mondo finanziario e sentimentale della serie.
Lo stesso rigore, però, non governa il montaggio, che conserva la propria discontinuità: scavalcamenti di campo e raccordi mancati nel caos del mercato e della borsa di Shanghai trovano una giustificazione coerente, restituendo per via formale il vertiginoso disordine degli scambi, mentre altrove frammentano senza reale motivo sequenze che richiederebbero maggiore chiarezza. Ne deriva la stessa sensazione di irregolarità stilistica, come se la tensione tra controllo formale e impulso caotico non riuscisse mai a trovare un equilibrio compiuto. Le pagine più alte restano allora affidate a composizioni puramente visive — lo schiaffo che incrina un’amicizia, la lite tra i sodali del Night Tokyo, i fuochi d’artificio per l’inaugurazione della Oriental Pearl Tower — in cui l’immagine comunica, con esemplare economia, ciò che il dialogo, ancora didascalico e ridondante, non sa esprimere se non attraverso fiumi lussureggianti di parole.
Diseguale e discontinua, Blossoms Shanghai resta in fondo opera di un esteta prima che di un narratore: magnetica e vertiginosa quando affida il senso alla luce e al riflesso, prolissa e opaca quando pretende di spiegarsi per intero. Non a caso l’immagine madre della serie è anche la più wongiana di tutte — il mancato incontro tra Ah Bao e la signorina Wang sulle due rive opposte del fiume Huangpu, a patto ormai scaduto: il tempo divora l’occasione, la nostalgia riemerge come unico compimento possibile. La fioritura annunciata nei primi episodi c’è stata, ma obliqua e sottrattiva, più eloquente nelle trovate visive rispetto ai grovigli di trama ostentati. Il treno di 2046, alla fine, è arrivato, ma il futuro fragile che trasporta somiglia più a un rimpianto sommesso che a una conquista.
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