La più piccola di Hafsia Herzi

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Attenzione: contiene spoiler.
L’Italia è stato l’unico paese “occidentale” a vietare la visione di La più piccola (2025) di Hafsia Herzi ai minori di 14 anni. Di fronte a questo provvedimento, la celebre casa di distribuzione Fandango ha espresso apertamente il proprio dissenso, definendo la decisione «un’involuzione culturale e un’inutile forma di censura preventiva». Si tratta infatti di una scelta anacronistica che porta inevitabilmente a riflettere sulla reale capacità del nostro Paese di accogliere e divulgare le tematiche legate all’identità sessuale e di genere. In tal senso, limitare la fruibilità del film – intimo adattamento dell’omonimo romanzo autobiografico di Fatima Daas – rappresenta un’occasione mancata di pedagogia culturale. Un paradosso reso ancora più stridente dai numerosi riconoscimenti ricevuti dall’opera, tra cui il premio per la migliore attrice al 78° Festival di Cannes assegnato all’esordiente Nadia Melliti.
Fatima, la più piccola di tre sorelle cresciute in una famiglia di immigrati algerini, vive l’ultimo anno di liceo sullo sfondo della banlieue parigina. La ragazza incarna facilmente lo stereotipo del tomboy – ama il calcio e rifugge canoni estetici della femminilità convenzionale – ma al contempo coltiva una religiosità profonda, fortemente legata a riti e valori dell’Islam. Questo delicato equilibrio viene turbato in maniera inaspettata: un giorno, mentre partecipa alla derisione di un compagno di scuola omosessuale, quest’ultimo, esasperato, reagisce accusandola di essere lesbica. Se inizialmente la situazione degenera in una reazione violenta, col tempo l’episodio diventa il motore di un’inarrestabile processo di scoperta interiore. Superando le proprie esitazioni, Fatima incontra una donna conosciuta tramite un’app di dating: l’appuntamento rivela una persona gentile e accogliente, quasi materna, capace di schiuderle le porte di una sessualità fino a quel momento repressa o ignorata. La protagonista acquisisce così la consapevolezza che una parte essenziale della sua identità è rimasta nascosta troppo a lungo. Eppure la sua fede è autentica e radicata, non un mero retaggio; insieme alla scoperta di sé cresce allora il timore di entrare in conflitto con i suoi dettami religiosi e con una famiglia che ama profondamente e non vuole deludere.
L’ingresso all’università segna lo spartiacque della sua emancipazione. Iscrittasi alla facoltà di Filosofia – un’ambiente tollerante e aperto a una maggiore critica sociale – Fatima trova terreno fertile per la propria liberazione e fioritura interiore. L’incontro con Ji-Na (Park Ji-min) dà origine a un legame intimo e delicato, nutrito dalla loro comune propensione all’introspezione. In questi frangenti, la regia di Herzi riesce a cogliere appieno l’eros tra le due: l’aspetto carnale del rapporto è raccontato con naturalezza, depurato sia da tabù che da volgarità. Proprio quando tutto sembra schiarirsi, la relazione subisce una dolorosa battuta d’arresto: affetta da una forte depressione, Ji-na è costretta a chiederle di allontanarsi. Ad alleviare la situazione provvedono alcune amiche dell’università, che incoraggiano Fatima a non tramutare la delusione amorosa in rinuncia ai propri desideri («Lo so cosa significa non accettarsi, ma la vita va avanti»).
In questa fase di transizione, l’estetica del film raggiunge il suo vertice massimo attraverso un montaggio che contrappone, in modo frenetico, il fremito sensuale dei corpi nudi ed eccitati al rigore monumentale della moschea. In questo modo l’opera chiarisce il proprio punto nevralgico: Fatima continua ad attraversare un percorso vorticoso di desiderio e identità, ma il vero nodo drammaturgico rimane il suo rapporto con la spiritualità, una dimensione che non intende abbandonare. Durante un colloquio con l’imam, la giovane confessa di sentirsi distante dalla religione e si chiede se la propria sofferenza possa essere una punizione divina. L’esortazione dell’uomo a rifugiarsi nella preghiera per sopprimere i suoi “impulsi devianti,” tuttavia non fa che peggiorare il suo stato di smarrimento. Desolata, inizia a essere tormentata da ripetuti incubi persecutori in cui viene aggredita per il proprio orientamento sessuale. Eppure, Fatima attinge dal dolore nuova forza: rifiuta di lasciarsi sopraffare dalla paura e decide invece di compiere uno sforzo di sintesi identitaria, rivendicando il diritto a essere lesbica e musulmana contemporaneamente.
Nel terzo atto della pellicola, la ragazza è ormai diventata una donna forte e consapevole. Il ritorno di Ji-na chiarisce le ombre del loro passato: a farla fuggire non era una mancanza d’amore, ma l’intensità di un sentimento in grado da creare la paura di perdere chi si ama. Nel finale anche il rapporto madre-figlia trova una conclusione lontana dai cliché del genere, con Fatima che non riesce a fare un vero coming out. Il suo “non detto” non maschera un difetto di coraggio, ma rivela un eccesso di rispetto, evidenziando l’inadeguatezza del linguaggio di fronte a una complessità che non può essere racchiusa in una semplice confessione. Eppure questa forma di pudore non sminuisce il percorso compiuto; al contrario, è la madre stessa a offrirle, attraverso una comprensione silenziosa ma evidente, la sua personale accettazione. Confessandole quanto sia orgogliosa di lei, la donna dissolve in parte la coltre di vergogna che sembrava dominare l’atmosfera del racconto. Fatima ascolta. E le crede.
La più piccola (La Petite Dernière) è un’opera speciale, uno spaccato filmico in cui la voracità del desiderio di vivere e la necessità di comprendersi si muovono in equilibrio con la delicatezza del perdono e dell’accettazione di sé. Hafsia Herzi racconta che la fragilità non coincide con la debolezza, la religione non è necessariamente una prigione e la società può essere altro oltre a un vicolo cieco; con empatia, ci suggerisce che ogni individuo possiede un spazio di libertà interiore – la propria coscienza –, spesso da conquistare attraverso conflitti interiori, ma che resta l’unico luogo in grado di generare autentica pace e riconciliazione.
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