Il 16 aprile celebriamo il trentesimo compleanno di una delle attrici che, negli ultimi anni, ha saputo maggiormente distinguersi nel panorama hollywoodiano. Anya Taylor-Joy taglia un importante traguardo anagrafico che offre l’occasione di ripercorrere una carriera intensa e in continua ascesa, capace di consacrarla come il nuovo volto del cinema a tinte dark.
Il suo folgorante esordio avviene nel film The Witch (2015, Robert Eggers). Nonostante fosse alle prime armi, la giovanissima attrice rivela un grande talento nell’interpretare Thomasin, una ragazza puritana sospettata di stregoneria. La recitazione in un horror dalla forte componente psicologica non è sicuramente un’impresa semplice, soprattutto per un’esordiente: richiede infatti grande maturità espressiva e controllo emotivo, doti che l’attrice dimostra di possedere sin dal suo primo lungometraggio.
Sull’onda di questo successo, la carriera di Anya Taylor-Joy intraprende una direzione precisa, orientandosi verso il genere thriller e, più in generale, i film dai temi dark. Una scelta che riflette una genuina inclinazione personale: l’attrice ha infatti più volte dichiarato di provare un’attrazione naturale verso atmosfere e tematiche cupe. In questo senso, il thriller diventa lo strumento d’elezione per addentrarsi in profondità nell’indagine psicologica, esaminando le paure più remote dell’uomo, i suoi istinti primordiali e la sua natura meschina. Nell’interpretare personaggi inquieti e complessi, Taylor-Joy pare ritrovare l’essenza stessa della sua vocazione: quell’impeto che, fin da bambina, l’ha spinta a voler lavorare come attrice. Le sue interpretazioni diventano così una sorta di catarsi, dando vita a un cinema capace di portare alla luce le contraddizioni e le ambiguità della nostra psiche.
In questa vivace stagione di rinascita per il thriller psicologico, un ruolo di spicco è occupato da Split (2016, M. Night Shyamalan). Il film ruota attorno al disturbo dissociativo dell’identità di cui è affetto Kevin, un uomo che alterna ben 23 personalità totalmente diverse. L’intera pellicola si configura come un viaggio, inquietante e affascinante allo stesso tempo, nei meandri di una mente disturbata, mostrando la potenza e la straordinarietà della psiche umana. L’esperienza su questo set, a detta della stessa attrice, le ha permesso di sperimentare una “recitazione guidata dall’empatia”, in cui ogni sfumatura emotiva viene sviscerata e valorizzata.
I suoi ruoli, d’altronde, non sono mai superficiali, ma risultano al contrario estremamente studiati: si tratta spesso di figure segnate da un passato oscuro o da un presente difficile. Il suo personaggio in Split, Casey, porta dentro di sé ferite profonde e traumi nascosti; ed è proprio nel riconoscere questo dolore condiviso che la Bestia – la personalità più feroce di Kevin – decide di risparmiarla, in un inaspettato cortocircuito empatico.
La forza delle interpretazioni di Anya risiede nel lavorare in sottrazione, facendo emergere disagi e traumi nascosti senza la necessità di esplicitarli, come se l’attrice li avesse realmente vissuti e li condividesse. Da grande perfezionista, infatti, Taylor-Joy ha dichiarato di dedicare molto tempo allo studio preparatorio dei propri ruoli: analizza a fondo comportamenti ed emozioni del personaggio, vivendo a pieno la sua quotidianità e ricostruendo una biografia nella quale muoversi. Una dedizione che si traduce in performance di qualità eccellente, frutto di un costante miglioramento dettato dall’amore per il proprio lavoro.
Tale meticolosità porta a fondere la personalità dell’attrice ai suoi alter ego filmici, contribuendo a plasmarne l’immagine agli occhi del pubblico. Anya sembra quasi assimilare i personaggi che interpreta, imponendosi di conseguenza come icona dark contemporanea. La sua bellezza eterea, a tratti aliena, unita alla sua imperscrutabilità, l’ha resa un volto riconoscibile e dalla forte caratterizzazione. Anche l’attenzione alla costruzione della sua immagine pubblica – altera, enigmatica e profondamente elegante – sembra essere parte di un preciso progetto artistico. L’immagine che sceglie di offrire al pubblico, a prescindere dal suo reale carattere, sembra voler assottigliare il confine tra personaggio e attrice, rendendola, paradossalmente, ancora più “sincera”.
Nel 2020 Taylor-Joy approda al progetto più significativo della sua carriera: la pluripremiata miniserie Netflix La Regina degli Scacchi. L’interpretazione della protagonista, la scacchista Beth Harmon, la consacra definitivamente tra le attrici più affermate del panorama contemporaneo. Non si tratta affatto di un personaggio semplice: una donna caratterialmente forte, segnata da un passato difficile da orfana e dalla dipendenza da stupefacenti; un genio che si muove tra fragilità e determinazione, in perenne bilico tra sfrontatezza e vulnerabilità. Il dualismo emerge in modo chiaro nel corso della narrazione, ma senza intaccare l’aura di altezzoso mistero che contraddistingue Beth.
Il progetto si configura come un punto di svolta nella carriera di Anya Taylor-Joy: pur selezionando nuovamente un ruolo coerente con il suo percorso artistico, si denota un chiaro salto di qualità. L’interpretazione è così carica di profondità e di realismo da rendere quasi inevitabile una sovrapposizione tra Beth e Anya. Se da un lato questo effetto è sicuramente frutto di una narrazione mediatica intenzionale, dall’altro il personaggio è così ben inserito nella personalità artistica di Anya Taylor-Joy da farla sembrare quasi una somiglianza naturale. L’attrice sembra essere nata per quel ruolo, restituendo sullo schermo un soggetto ancora più autentico e vero.
La Regina degli Scacchi esemplifica chiaramente quello che si può definire il “marchio di fabbrica” di Taylor-Joy: il suo modo di essere dark e di dare vita a personaggi disturbati, insondabili, ambigui e, di conseguenza, psicologicamente stratificati. In questo senso, sembra incarnare una nuova generazione di cinema thriller, più contemporanea e addolcita, che pone l’accento tanto sulla dimensione interiore quanto su quella esteriore dei conflitti e delle ossessioni della nostra società.
Tale tendenza è riscontrabile anche in The Menu (2022), lungometraggio di Mark Mylod che satirizza la produzione cinematografica – e non solo -, dedicata al mondo culinario, mostrandone il lato ossessivo e alienante. La trama si sviluppa intorno a un’elegantissima cena d’élite che prevede l’uccisione finale di tutti i commensali, metafora di un’epurazione contro la borghesia malata che vive solo per lo status, la fama e i soldi. Alla fine, la Margot della Taylor-Joy è l’unica a sopravvivere, la sola capace di spezzare quel velo di cinismo, riportando autenticità e umanità in un contesto disumanizzato.
La dinamica di Margot, per certi versi, assomiglia a quella delle sue precedenti interpretazioni. A proposito di questo ruolo, però, l’attrice ha dichiarato che le ha permesso di “liberare il suo lato selvaggio e la sua rabbia femminile”. Si tratta, per certi aspetti, di una novità nel genere, di cui Anya Taylor-Joy si fa quindi simbolo. Scegliere una protagonista femminile per un ruolo dark è interessante in quanto supera una tradizione che ha spesso relegato la donna al ruolo passivo, ponendola invece al centro del dibattito etico ed esistenziale, spazio storicamente riservato a figure maschili. Margot, così come Beth, è instabile e imperfetta, ma al tempo stesso attiva: se inizialmente appare vittima, come molte delle interpretazioni della Taylor-Joy, nel finale si autodetermina e si salva. Nonostante il rischio di cadere ancora, in alcuni momenti, nello stereotipo femminile, queste protagoniste mostrano la volontà di superare l’indagine di genere per abbracciare una riflessione sull’umano tout court, anche se filtrata attraverso la prospettiva di una donna.
The Menu, Split e, per certi versi, anche La Regina degli Scacchi sono opere che si rivolgono a un pubblico trasversale, in parte in contrasto con la tradizione di un genere più vicino al cinema di nicchia o perlomeno indirizzato a uno spettatore tipo. Per sintetizzare queste diverse declinazioni, si potrebbe forse abbandonare il concetto di thriller e parlare di “dark” in quanto cifra stilistica: un’estetica visiva e narrativa che, pur mantenendo una dimensione riflessiva, privilegia un approccio più accessibile e con forte potenziale d’intrattenimento. Anya Taylor-Joy stessa si inserisce pienamente in questa dimensione mainstream: è una vera e propria icona per il grande pubblico, l’immagine fresca e contemporanea che meglio rappresenta il nuovo star system cinematografico.
Nel complesso, ci troviamo di fronte a un’attrice poliedrica che, come i suoi personaggi, è capace di sintetizzare eleganza e mistero, dentro e fuori dal set. Proprio in virtù di questa versatilità, oggi la vediamo sperimentare anche in ambiti diversi, come i film d’azione (Furiosa, 2024, George Miller) o in veste di doppiatrice nella saga di Super Mario di Aaron Horvath e Michael Jelenic. Non sappiamo ancora se questa incursione nei blockbuster sia una svolta definitiva, una semplice deviazione o una strategia per non restare confinata a un unico genere. D’altronde, a trent’anni appena compiuti, Anya Taylor-Joy ha ancora davanti a sé una lunga carriera che si prospetta fiorente. Il talento e il carisma dimostrati le garantiscono un’ampia libertà di scelta; ma qualunque sentiero deciderà di percorrere, la corona di “regina dark” le calza a pennello, e difficilmente qualcuno riuscirà a sottrargliela.
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