Resurrection di Bi Gan

Diretto da
Starring
È ancora l’alba per il cinema. La settima arte sta vivendo la sua infanzia e ci prospetta un futuro luminoso, ricco di possibilità.
La scorsa edizione del Torino Film Festival si era conclusa adeguatamente con la premiere italiana di Resurrection, un opulente film d’autore, ode al cinema stesso, che sta finalmente per approdare nelle sale. Un’opera del regista cinese Bi Gan non può essere descritta meramente attraverso la sua trama o i suoi temi. Ridotto all’essenziale, questo fantasy narra l’odissea di una donna (Shu Qi) che insegue nel tempo e nello spazio un Delirante (Jackson Yee), l’unica creatura reincarnante ancora in grado di immergersi nel mondo dei sogni.
Diviso in cinque capitoli che esplorano i cinque sensi, Resurrection si presenta come un mosaico di percezioni e colori; un’ambiziosa opera massimalista che, con i suoi simboli e la sua metatestualità, ripercorre la storia dell’arte cinematografica e le varie epoche del Novecento cinese, dagli albori fino all’ultima notte del 1999, conducendoci sull’orlo della “fine del mondo”. Nel metaforico movimento ciclico della pellicola, Resurrection dimostra che studiando e reincarnando il cinema del passato è possibile realizzare qualcosa di nuovo e futuro.
Il film si apre e si conclude all’interno di una sala cinematografica: prima teatro di carta, apparso nella fiamma creante di un foro stenopeico, poi modellino in cera che, nei titoli, brucia e si scioglie. Qui la creazione artistica, fatta di giochi di luce e buio, in costante movimento, può accendersi e spegnersi, cambiare forma e rigenerarsi in eterno, come una candela.
Girato in vari formati digitali, il primo episodio finge di essere una pellicola corrosa dal tempo, trasportandoci nel mondo muto degli innaffiatori dei fratelli Lumière e delle lune alla Méliès. Il Delirante è qui un Nosferatu che si intossica d’oppio pur d’immergersi nell’immaginario. Nel suo corpo risiede un proiettore e, da immortale creatura vampiresca, può vivere solo nel buio, come la cellulosa. Intanto la donna vaga spersa tra scenografie labirintiche da espressionismo tedesco, complete di marionette del teatro delle ombre cinese e fenachistoscopi. Il cinema delle origini, sospeso tra teatro e sperimentazioni, emerge come la versione più pura dell’irreale, capace di esplorare gli estremi dell’inconscio, tra contrasti di colore ed evanescenza.
La nebbia ci trasporta poi in un confuso noir anni Quaranta, dove il Delirante, ora giovane accusato d’omicidio, viene torturato e interrogato mentre nelle cupe strade riecheggiano guerra e violenza. In questo episodio, i personaggi fumano e indossano fedora e impermeabili, una valigetta funge da MacGuffin ed ogni scena è caratterizzata da forti contrasti, ombre e sovrimpressioni con giochi di specchi e riflessi dai chiari richiami a La signora di Shangai (Orson Welles, 1947). Al posto del bianco e nero, però, vengono utilizzate fredde tonalità blu e grigie, quasi a prefigurare le atmosfere di molti futuri neo-noir.
Vent’anni dopo, il Delirante rinasce intrappolato in una metaforica novella popolare cinese. In un tempio buddista abbandonato, coperto di neve e circondato da statue religiose e tombe, egli diventa un ladruncolo amareggiato, tormentato da un mal di denti e dagli spiriti del passato. Qui il tempo si dilata, aprendo lo spazio a interrogativi e meditazioni.
Dal realismo esistenziale si passa poi ai toni gialli e verdi di una commedia gangster anni Ottanta. Il protagonista è un furfante prestigiatore che fa da mentore a un’orfana, insegnandole a fingersi sovrannaturale. La magia del cinema viene percepita attraverso lo sguardo meravigliato dell’infanzia, e difatti uno stile caldo ed emozionale conduce la loro avventura verso un immancabile finale commovente.
Nell’ultimo capitolo Bi Gan sfoggia nuovamente la sua maestria tecnica, firmando un altro elaborato piano sequenza — un suo tratto distintivo già evidente nei 41 minuti di Kaili Blues (2015) e nella leggendaria ora di Un lungo viaggio nella notte (2018). Eppure, con i “soli” 36 minuti di Resurection, Gan e il direttore della fotografia Dong Jingsong sembrano perfezionare ulteriormente la fluidità dei movimenti di macchina, facendo scivolare la Steadicam da un’inquadratura studiata all’altra.
Viaggiamo così tra strade affollate, feste rumorose, risse, divertimenti e pericoli, seguendo le corse del Delirante, ora giovane ribelle innamorato, e della sua amante. Nell’incessante e travolgente moto e ciclo della vita e del cinema, ci ritroviamo senza fiato ad ammirare la notte di Capodanno trasformarsi nell’alba del nuovo millennio. Scoprendoci improvvisamente proiettati verso la modernità e nel progresso tecnico, quasi futuristico, dell’arte cinematografica, quest’ultima sequenza evoca inevitabilmente lo stile fine anni Novanta e giro del millennio di Wong Kar-wai e Hou Hsiao-hsien (di cui Shu Qi è stata musa), richiamando a tratti anche i neon e le atmosfere di Blade Runner (Ridley Scott, 1982) e Matrix (Lana e Lilly Wachowski, 1999).
Con precise scelte stilistiche e una padronanza formale e tecnica, Bi Gan ha costruito un film complesso ed elegante. Le scenografie, spettacolari e dettagliate, sono valorizzate dalle profondità di campo, dai giochi di luce e dai mutamenti cromatici, mentre i personaggi, sia singolarmente che in massa, sembrano danzare insieme alla macchina da presa, seguendo una coreografia in cui nessun movimento, gesto, angolazione o variazione luminosa è lasciato al caso.
Come suggerisce il titolo originale, Kuángyě shídài, quelli tra i frame di una pellicola sono proprio “tempi selvaggi“. Nel passaggio da un’immagine e all’altra, tra buio e luce, ogni inaspettata fantasia diviene possibile e la linearità del tempo può essere piegata e rimodulata a piacere.
Nonostante la deliberata vaghezza della trama possa apparire impenetrabile, il montaggio ben costruito e le distinte ambientazioni consentono di seguire con fluidità il susseguirsi delle vicende, come se anche noi spettatori corressimo assieme ai pensieri dentro un complesso sogno. Ci ritroviamo così a fluttuare, con i piedi leggermente sollevati da terra, attraversando svariati immaginari, ignari di dove l’onirico, umano e cinematografico, possa condurci.
Quest’anno ci ha portato numerosi film dedicati al cinema stesso — Sentimental Value (Joachim Trier), Nouvelle Vague (Richard Linklater), Jay Kelly (Noah Baumbach) e Il bacio della donna ragno (Bill Condon) — ma, invece di proporne una visione commovente e nostalgica o impiegarlo come uno strumento di espressione intimista del sé, Bi Gan guarda al cinema e alla sua storia con spirito d’innovazione.
Attraverso il suo singolare sperimentalismo visivo e narrativo, Resurrection dimostra ciò che Pasolini affermava: il cinema non è una nuova tecnica, ma un nuovo linguaggio. Padroneggiata pienamente questa lingua, Bi Gan riesce ora a interagire con l’immaginario di chiunque, cosicché, inaspettatamente, ogni sua fantasia onirica diviene anche la nostra. A noi cinefili, seduti in sala in silente attesa di un nuovo cinema, non resta che lasciarci strabiliare dalle luci pulsanti di vita.
Pubblicato il:
Tag:
Consigliati per te
La voce singolare di Bi Gan torna ad ammaliarci con 'Resurrection', una mastodontica ode al cinema e alla nostra sognante fantasia.
'Ballata femmenella' racconta con sincerità la comunità dei femminielli napoletani tra memoria, identità e lotte contemporanee.
The Rocky Horror Picture Show festeggia mezzo secolo e il documentario 'Strange Journey: the story of Rocky Horror' serve da omaggio al musical teatrale e al film cult che hanno segnato un'epoca di cambiamento culturale e rivoluzione sessuale.






