Il mago del Cremlino – Le origini di Putin di Olivier Assayas

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Il mago del Cremlino di Oliver Assayas

Il mago del Cremlino è in primo luogo un “roman à clé” o “romanzo a chiave: un escamotage ampiamente utilizzato in letteratura per riflettere sulla realtà creandone una fittizia modificando fatti, nomi e date. “La chiave” in questione sarebbe quindi lo strumento, più o meno esplicito, per decifrare la finzione propostaci dall’autore che si adopera del mezzo per parlare di fatti scomodi o di denuncia. Il romanzo di Giuliano da Empoli (2022) riesce a pieno in questo intento e vince il premio Gran prix du roman de l’Académie Français regalandoci una chiara ascesa al potere come zar di Vladimir Putin attraverso gli occhi dell’eminenza grigia Vadim Baranov (pseudonimo di Vladislav Surkov, imprenditore e consigliere di Vladimir Putin durante la sua lunga carriera ai vertici del governo russo iniziata nel 1999).

Nel 2025 Olivier Assayas, regista francese già famoso per Irma Vep (1996), Carlos (2010) e Personal Shopper (2016) esce al cinema con un film tratto a sua volta dal romanzo, dipingendo con tinte scure una terza realtà, quella forse più intima del burattinaio russo Baranov. Il regista riesce quindi a prendersi non poche libertà parlando di una figura già naturalmente sfaccettata attorno alla quale aleggiano leggende e segreti, inserita in un periodo, quello della Russia dei primi anni ’90, in piena esplosione culturale ed economica. Il mago del Cremlino gioca con temi canonici del cinema moderno come i ricchi taikun e lo sfarzo cavalcante, l’ascesa di una casta tutta nuova e la scalata al potere del giovane “più sveglio” ed è forse per questo che fatica a convincere come trasposizione. Questa planata sul mondo degli inganni politici e dei movimenti di un solo uomo risultano ambiziosi ma interrotti: Paul Dano non riesce a portarci completamente nel mondo che lui stesso sta progettando poiché mentre lui realizza,  noi rimaniamo increduli sì, ma indifferenti alla passione che lo guida. Il personaggio di Ksenia (Alicia Vikander), incasellata nella giovane arrivista e bohémienne, rimane a galla non riuscendo a superare la superficie di un ruolo forse volontariamente troppo scostante. Quello che ne resta è il grande intrigo della politica, il vero protagonista, l’elefante che occupa tutte le stanze e che ci permette di percepire la complessità nell’animo umano che, costantemente travagliato, si divide tra vita “propria” e vita “per la politica”.

Olivier Assayas parte dalla fine di una carriera come quella di Baranov per parlarci dei suoi esordi e della sua ascesa come a voler sottolineare  l’effetto catartico che questo racconto può avere sul suo giudizio finale, probabilmente prossimo. L’oligarca decide infatti di parlare ad un giornalista (Jeffrey Wright) del suo viaggio fino ai vertici del Cremlino iniziato come autore televisivo di talento e finito a dipingere una realtà come quella della politica di propaganda. In questo viaggio il regista arricchisce lo sfarzo di una Russia inebriata dal denaro con la figura di Ksenia: vera figlia del suo tempo che cavalca l’onda di locali e champagne promettendo una vita troppo tranquilla a Baranov, invece in cerca del divertimento più alto, da lui definito come “il gioco della politica, l’unico che vale la pena di giocare”. Si dimostra quindi questo l’unico vizio concesso al mago del Cremlino, un super partes  in un mondo governato dal caos e dal cambiamento, apparentemente distaccato ma profondamente dipendente dal potere che lui stesso contribuisce a creare. Lo zar del nuovo millennio Vladimir Putin (Jude Law) rimane in fine sullo sfondo di un gioco di poteri e propaganda più grande di lui ma nel quale riesce ad inserirsi come frontman prediletto, la pedina necessaria, costruita dal genio di Baranov per diventare quello che sarà il presidente de l’indomabile orso russo.

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Pubblicato il:

18 Febbraio 2026

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