Sciatunostro di Leandro Picarella

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Sciatunostro di Leandro Picarella

Immaginate di crescere su un’isola buia. Tutto ciò che avete vissuto è confinato alle sponde delle sue spiagge, che vi appartengono quanto le pareti di casa. State vivendo gli ultimi momenti dell’infanzia e la vostra vita viene lentamente stravolta da cambiamenti che non potete controllare.

È da qui che prende piede Sciatunostro, il film di Leandro Picarella: un’opera a metà tra documentario e finzione che restituisce l’anima di un luogo e, soprattutto, il modo in cui viene vissuto da chi lo abita e attraversa ogni giorno.

Al centro della scena ci sono due amici, Ettore (Ettore Pesaresi) e Giovanni (Giovanni Cardamone), che giocano e si muovono negli stessi spazi che un anziano videoamatore filma da decenni. Le sue riprese diventano una forma di memoria stratificata, quasi un archivio affettivo che dona allo spettatore la sensazione di attraversare il tempo e di misurare quanto poco, in fondo, cambi davvero su un’isola.

In questo senso, Sciatunostro somiglia a un museo a cielo aperto: i lunghi piani sequenza e le immagini girate in analogico da Pino Sorrentino, accompagnate dalle musiche composte dallo stesso Picarella, si offrono alla contemplazione più che al racconto. Viene in mente l’approccio di Vermiglio (Maura Delpero, 2024), qui però trasposto in un contesto contemporaneo e meridionale.

Accanto a questa dimensione osservativa, il film segue le scorribande dei ragazzi, veri protagonisti della storia, immersi nel loro locus amoenus personale, fatto di placidità e tenerezza. Da questo punto di vista, il rimando a Io non ho paura (Gabriele Salvatores, 2003) emerge in modo naturale: anche in questo caso il mondo dei bambini viene progressivamente incrinato da dinamiche e decisioni che appartengono agli adulti.

La regia di Picarella lavora con grande misura: l’imponenza dell’isola di Linosa non viene mai esibita, ma restituita con una delicatezza rara, attraverso passeggiate, soste, momenti sospesi. Le immagini sembrano quadri in cui è dolce perdersi.

Il montaggio, soprattutto nelle sequenze dialogiche, introduce una discontinuità più marcata: i tagli sono improvvisi, asciutti, e spezzano i silenzi piuttosto che dilatarli. È una soluzione che dà ritmo a conversazioni intime, come quelle tra Ettore e la sua amica o con lo zio, senza mai forzarne il tono.

In una delle sequenze più quotidiane, tra la gente raccolta su una spiaggetta in un quadretto squisitamente italiano, risuona Kylie Minogue. È un dettaglio minimo, ma rivelatore: la musica sembra collocare il film in un tempo riconoscibile, eppure tutto il resto, l’assenza di tecnologia, i gesti, i ritmi, continua a sfuggire a una precisa definizione temporale. Sciatunostro esiste in una dimensione ambigua, dove passato e presente si sovrappongono senza mai entrare davvero in conflitto.

Il racconto si muove senza forzature. Quella che inizialmente appare la storia di Ettore finisce per allargarsi, sfiorando altri percorsi, altre assenze, pur senza trasformarsi in un vero cambio di prospettiva. Più che seguire una traiettoria narrativa definita, il film sembra accumulare presenze, frammenti, momenti che si depositano nello spazio scenico, secondo le logiche stesse dei ricordi.

E quando Ettore si avvicina al momento di lasciare l’isola, il film trova la sua forma più compiuta. Il climax si costruisce in modo progressivo e quasi sotterraneo, scartando le sottolineature drammatiche e lasciando che sia lo spettatore a percepire il peso di quella separazione.

È in questo momento che Sciatunostro riesce a mostrare con maggiore precisione qualcosa di universale: il passaggio dall’infanzia a un “altrove” non del tutto scelto, e il cordone ombelicale con un luogo destinato a restare lì, immobile, anche quando si è costretti ad abbandonarlo.

La dimensione contemplativa di Sciatunostro rappresenta al contempo anche il suo possibile limite: la scelta di non forzare mai la mano, di restare sempre aderente a un’osservazione misurata, finisce a tratti per attenuare l’incisività di alcuni passaggi chiave. Rifuggendo deliberatamente i picchi emotivi, il film evita ogni forma di pretenziosità o sensazionalismo, ma lascia la sensazione che alcune situazioni, soprattutto nei momenti di svolta, avrebbero potuto essere esplorate osando di più.

È un cinema che richiede una certa disposizione da parte dello spettatore e un’attenzione paziente a dettagli e tempi dilatati: una richiesta che sa ripagare, ma che espone l’opera al rischio di risultare, per alcuni, eccessivamente trattenuta. Non spinge, non cerca di dimostrare, e in questa scelta trova una misura precisa che ne definisce il limite: nel rifiuto di ogni accentuazione, qualcosa resta inevitabilmente in sospeso, come se il film temesse di mettersi del tutto a nudo.

Come l’isola che mette in scena, l’opera trattiene. Resta addosso con discrezione, attraverso immagini e gesti minimi, senza mai cercare di imporsi sullo spettatore. Ed è proprio in questo equilibrio tra ciò che mostra e ciò che lascia indietro che Sciatunostro si rivela per quello che è: un film prezioso, capace di tradurre per immagini un’esperienza intima senza mai ridurla a racconto esemplare, e che meriterebbe di essere scoperto e visto con attenzione.

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Pubblicato il:

18 Aprile 2026

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