Le vertige di Quentin Dupieux

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La vertigine non è la paura di cadere, è scoprire che la verità non ha né base né altezza. In Le vertige (2026), Jacques (Alain Chabat) suona alla porta dell’amico Bruno (Jonathan Cohen) con una notizia che non può aspettare: l’umanità intera vive in una simulazione. Ne ha le prove, i bug, e in un quarto d’ora lo convince. Dupieux, che dopo il cinema (Realité, 2014), il teatro (Yannick, 2023) e i social (L’accident de piano, 2025) si diverte a smontare un altro medium, gira le scene dal vero e poi riplasma i suoi attori in una motion capture da PlayStation dei primi Duemila, con volti di gomma, mani che attraversano i tavoli, finzione dichiarata fin dal primo fotogramma. Lo sgangherato non è un difetto, è la tesi. Sessantasette minuti, chiusura della Quinzaine des Cinéastes 2026, anteprima italiana al TOHorror: dai poligoni prende vita uno dei film più esilaranti e insieme più inquieti dell’anno.
Il mito della caverna, Matrix – che Jacques, gli fa notare Bruno, non ha mai visto —, la prigione gnostica: dietro lo specchio c’è il mondo vero, dove il nostro vero io non vive le preoccupazioni del mondo simulato e prova le «vere» emozioni. Il reflector, il dispositivo che un Bruno arricchito vende come porta d’uscita all’inquietudine di essere inchiodati a una finzione e che dovrebbe connettere agli io autentici ultramondani, è solo uno specchio montato su una scatola vuota, senza circuiti né cavi. È lo smartphone ridotto all’essenziale, l’oggetto che promette di collegarci a un sé più vero e che intanto lo svuota, la finestra sull’altrove che restituisce solo il nostro riflesso. Dupieux non fa prediche; lascia che la vendita avvenga, e che chi compra sia felice. Ma l’ironia è lampante. Il bisogno di «realizzarsi» che tormenta l’uomo contemporaneo – farsi reale, perché sente un vuoto – si rovescia nel porre di fronte a sé una forma che non si crede di avere, nel forzarne il destino, come se si dubitasse della propria essenza e di una verità basale che la sostenga. Le big tech lucrano esattamente su questo: non sull’offerta, ma sulla fame di realtà. E invece di cercare nel reale le crepe, ciò che non funziona, per provare a cambiarlo (ovvero lottare), ci si connette a uno schermo, a un mondo ulteriore che si crede dannatamente più esistente, e capace di guarire.
Qui il film agghiaccia proprio mentre strappa sorrisi. Il buon proposito di partire da ciò che è sbagliato e analizzarlo degenera in ossessione per la via di fuga, nel complottismo. Se tutto è finto, tutto è lecito; nulla va preso sul serio, nulla va inserito nel quotidiano mondo dei fini, oggetti e persone si immergono in una glassa d’irrealtà al limite del favoloso. Bruno trascura il parto della moglie perché una nascita, al confronto dell’evidenza della simulazione, è quasi noiosa. È lo svelamento della carica utopica insita nel complotto: la necessità di un mondo ben definito, saturo di senso, in cui l’interpretazione sia lampante e tappi la lacuna vitale – reazione alla vacuità liquida che abitiamo. La credenza sovrasta il quotidiano non perché sia più vera, ma perché è più piena.
Poi la mise en abyme: anche al di là dello specchio ci sono i bug. Il mondo vero è simulato a sua volta, e il reflector riflette un riflesso. Dupieux non scopre un altro livello come in ogni mito dell’evasione, scende nello specchio: la verità non sta in alto né in basso, e la vertigine è questo. Non il vuoto sotto i piedi, ma l’assenza di un pavimento da cui misurarlo.
Mr. Oizo si conferma capace di indagare i nervi scoperti del contemporaneo con una comicità che non annoia, e di far lavorare il limite formale come argomento, agendo per sottrazione: in Yannick la regia minimale, l’unica location, la gabbia del 4:3; qui con i poligoni che tolgono agli attori proprio ciò per cui li si sceglie, la carne, e con l’asciutta e brillante critica contenuta nei dialoghi. L’animazione volutamente sgraziata esalta infatti ciò che il film si propone di affermare – siamo texture mal caricate che si chiedono chi le abbia disegnate – e la domanda resta aperta, sorriso e brivido nello stesso glitch.
Cosa resta, allora, a chi ha visto il bug? Forse non forzare l’uscita, ma restare nella stanza, nel prosaico travaglio del reale. La crepa non è una porta. È il posto in cui si può ancora lottare.
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