La misteriosa mirada del flamenco di Diego Céspedes

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Nel deserto del nord del Cile, dove la polvere sembra sospesa come un velo che impedisce di vedere chiaramente, La misteriosa mirada del flamenco (2025) costruisce un western moderno, queer e ironico, che osserva una comunità ai margini, schiacciata dalla discriminazione e dall’ottusità popolare. Presentata al Torino Film Festival dopo la vittoria a Cannes nella sezione Un Certain Regard, l’opera del giovane regista Diego Céspedes trasforma l’aridità del paesaggio in una metafora costante. Qui non si vede mai davvero: si interpreta, si sospetta, si sopravvive.
Il film è ambientato negli anni Ottanta, in una remota città mineraria del deserto cileno in cui comincia a circolare una malattia misteriosa e mortale. Mentre nessuno sa davvero come avvenga il contagio, la comunità si convince che passi “attraverso gli occhi”, nel momento in cui due uomini si scambiano uno sguardo innamorato. A dare voce a questa paura collettiva è il riecheggiare di una cantilena, «Lava, che lava, il frocio ti farà morire», diventata quasi un inno del panico che attraversa il villaggio. In questo clima di paranoia, il primo bersaglio diventa il locale di Mama Boa (Paula Dinamarca), matriarca di una famiglia queer in cui le ragazze transessuali hanno soprannomi d’animale, un linguaggio interno che ne rafforza appartenenza e identità.
Tra di loro c’è Flamingo (Matias Catalán), che anni prima ha trovato la piccola Lidia (Tamara Cortés) abbandonata davanti alla soglia di casa e l’ha cresciuta come una figlia, costruendo per lei un ambiente anticonvenzionale ma affettuoso e protettivo. Il passaggio di Lidia dall’infanzia alla consapevolezza avviene però in modo brutale quando Flamingo viene uccisa dal suo amante.
Non si tratta di un delitto passionale: è un gesto di espiazione, un tentativo disperato di cancellare ciò che l’uomo teme di incarnare, che sia la “peste” dell’omosessualità o la malattia che crede di aver contratto. Un’esecuzione che conferma ciò che le ragazze del locale ripetono con amara lucidità: «L’unico tipo d’amore che gli uomini possono darci» è quello violento, quello che punisce ciò che non si conforma. A cascata, anche gli altri membri della famiglia queer vengono colpiti, come se la comunità avesse bisogno di purificarsi da chi rappresenta un’altra possibilità di esistenza. Lidia osserva impotente, costretta a vedere ciò che la polvere non riesce più a nascondere.
Céspedes filma questo progressivo svuotamento della comunità con una macchina da presa mobile e inquieta, evidenziando l’instabilità permanente dei corpi queer, sempre sul punto di essere cancellati o dagli uomini o dalla malattia. La regia alterna campi lunghi da western, in cui i personaggi appaiono ancora più vulnerabili nel paesaggio desertico, a primi piani potentissimi che li ingabbiano in una dimensione emotiva soffocante. Le ragazze sono insieme accusate di portare la peste e condannate a restare invisibili, relegate in interni asfissianti o dietro finestre che le separano dal mondo esterno.
Pur immerso in un clima di oppressione, il film riesce a dare grande profondità alle sue tematiche, alternando momenti di intensità emotiva a lampi improvvisi di ironia. In una delle scene più riuscite, una ragazza racconta del suo amante dicendo: «Mi diceva che avevo rubato le braccia alla Venere di Nilo». È in questi passaggi acuti e ironici che il film mostra la sua forza maggiore: l’equilibrio sapiente tra ferocia e leggerezza, tra intensità emotiva e piccoli momenti di commozione, sempre usati al punto giusto, senza compiacimento.
«Non voglio lasciare questo mondo da segreto», afferma Flamingo in uno dei momenti più vibranti, riassumendo il bisogno di esistere alla luce del sole e la violenza di una società che lo impedisce. La misteriosa mirada del flamenco restituisce con forza la fragilità, il coraggio e l’ostinazione di una comunità queer che continua a vivere anche quando tutto intorno le chiede di scomparire.
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