Her Private Hell di Nicolas Winding Refn

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In ideale continuità con la libertà espressiva del titanico e controverso Megalopolis di Francis Ford Coppola (2024), Her Private Hell segna il ritorno di Nicolas Winding Refn al cinema dopo dieci anni di assenza dalle sale. Dopo le due serie per piattaforme streaming – Too Old to Die Young (2019) e Copenhagen Cowboy (2022) – e animato da una nuova verve creativa scaturita dall’esperienza di pre-morte vissuta nel 2023, il regista danese elude il compromesso narrativo a favore del feticismo per l’immagine e dell’autocompiacimento autoriale. Tuttavia, nel dispositivo cinematografico, così come in ogni ambito artistico, l’imposizione di un argine (produttivo, spettatoriale o narrativo) costringe spesso il regista a focalizzare il proprio sguardo; Refn, al contrario, privato di qualsivoglia freno scivola verso un autoriferimento manierista in cui l’impianto visivo può rischiare di esaurirsi nella sua stessa contemplazione formale.
La storia si snoda attorno a Elle, prossima a recitare in un bizzarro film di fantascienza (sospeso tra le atmosfere di Barbarella e Terrore nello spazio), diretto dall’eccentrico padre, Johnny Thunders. La ragazza spera di migliorare il loro rapporto, ma l’uomo si dilegua per favorire un riavvicinamento tra la figlia e la nuova moglie, Dominique, un tempo intima amica di Elle. In questo complesso ecosistema familiare si inserisce la leggenda del Leatherman – un’oscura figura che smembra le ragazze con mani guantate di diamanti – e la parallela indagine del Soldato K, un militare alla ricerca della propria figlia.
Nel mettere in scena questo microcosmo retro-futuristico, l’abilità cinematografica di Refn emerge con eleganza: la coreografia degli omicidi unisce cromaticità esasperata, rigore formale e tensione erotica, imbastendo un dialogo intertestuale con il Suspiria argentiano, il cinema di Mario Bava e il thriller psico-sessuale degli anni Settanta-Ottanta. Sotto l’ipertrofia visiva, il film si rivela un’allucinata indagine sullo smarrimento interiore, a partire dal nome di Elle che ricalca l’Hell del titolo, delineando l’inferno personale in cui è rinchiusa. Orfana di madre – un’assenza che la allinea al più classico dei tòpoi fiabeschi – la protagonista cela la propria vulnerabilità dietro una maschera di make-up, inseguendo l’ossessione narcisista di essere una creatura “speciale”. Questa necessità di validazione innesca un morboso inseguimento affettivo: Elle brama l’attenzione del padre e desidera Dominique che, da amica, si è tramutata in un’algida matrigna.
Ma l’immagine paterna, anziché fornire riparo, si scinde in tre ipostasi: il genitore-regista, l’eroe idealizzato K e l’aberrazione mostruosa del Leatherman. Refn dissemina indizi (l’accendino di K nella giacca del padre, il comune atto del pettinarsi) che certificano la natura intercambiabile di queste figure, come macabramente confermato dalle vittime del mostro che spirano mormorando daddy. All’interno di questa trinità, il padre-regista è il volto più disturbante, affine al Frank Booth di Velluto Blu: un buco nero affettivo che trascina le donne in una relazione tossica. Nella sua torre-prigione, Thunders appare circondato dal gineceo adorante delle attrici, manipolate e trasformate in oggetti dentro una stanza delle bambole.
Gli stilemi fiabeschi (segnalati anche dall’evocazione de La piccola fiammiferaia di Andersen) vengono inquinati da interazioni futili o sopra la righe. In questo modo Her Private Hell rivela l’inefficacia del racconto formativo tradizionale di fronte al trauma, al contempo giustificando le inverosimiglianze della diegesi. La vacuità dei dialoghi – esasperata nella regressione animale degli ululati – è il sintomo di una psiche fratturata, l’espressione disarticolata di uno shock inespresso e inesprimibile.
Di fronte a tale orrore, il male savior K capitola per lasciare spazio all’autodeterminazione di Elle, che recide le mani del Leatherman a colpi d’accetta, un’amputazione carica di valori simbolici: amputando l’estensione aptica del carnefice, l’autorità maschile viene castrata e disconosciuta. Fedele al proprio radicalismo, Refn rigetta però una pacificazione catartica: l’epilogo vede le kitsune – gli spiriti volpe giapponesi – offrire a Elle i guanti mozzati del mostro per «ritrovare ciò che ha perso», postulando il rischio di portare avanti il trauma subito a una nuova generazione.
Her Private Hell si attesta come un’opera di innegabile fascinazione, ma di incredibile fragilità: un’inebriante cattedrale priva di limiti che può tramutarsi rapidamente in una prigione dorata. Avventurarsi nella sua visione è come incamminarsi in una nebbia fittissima: finché si mantiene saldo il patto con l’autore, la fiaba nera ha un magnetismo ipnotico. Ma basta un singolo passo falso per spezzare l’incantesimo cinematografico, condannandosi a vagare alla cieca in un’esperienza che da seducente si fa inesorabilmente confusa e respingente.
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