“Cime tempestose” di Emerald Fennell

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“Cime tempestose” di Emerald Fennell

Disclaimer: il testo contiene spoiler.

In questi giorni, allo scadere della ricorrenza romantica di San Valentino, siamo stati folgorati dalla campagna pubblicitaria di “Cime tempestose”: la co-dipendenza degli attori protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi, la consapevolezza che il riadattamento di Emerald Fennell richiamasse l’immaginario erotico dei sogni adolescenziali (che, diciamolo, non svanisce mai), le musiche di Charli XCX – un rimando all’emozione dei primi amori, travolgenti ma spesso incocludenti – e tanto altro ancora. Tutto questo, amplificato dall’accessibilissima cassa di risonanza dei social, riesce nell’impresa di affascinarci con amori tossici, carnali e possessivi.

Il demonio innamorato del «perseguitami ovunque» o del «non ti ho spezzato io il cuore, te lo sei spezzato tu stessa, e così facendo hai spezzato anche il mio» si trasforma in un Heathcliff passionale, con un attaccamento insicuro, emotivamente dipendente. Lo stratagemma filmico lo vede perfino nella metafora di un cane, per sempre fedele alla sua Cathy. Nel romanzo, tuttavia, l’amore è simmetrico e identitario. La devastazione nasce da scelte morali ancorate nella dimensione sociale. Non è solo una questione sentimentale, ma anche politica. Da qui cresce l’ondata di indignazione da parte della critica, infuriata per la leggerezza con cui tratta questi temi. Ci si interroga se il movente sia l’ispirazione della regista, ovvero la prima lettura adolescenziale, occidentale, insensibile a certe questioni, o piuttosto le regole di mercato. Nel romanzo, il rancore di Heathcliff affonda le radici non solo nella discriminazione di rango, ma anche in quella razziale. Pertanto, il taglio di capelli arruffato non è sufficiente a giustificare la distanza tra l’attore scelto e il personaggio originale.

Se è vero che lo schiaffo più doloroso è, sia ai lettori che agli spettatori, la percezione di Cathy secondo cui sposare il suo amato la «degraderà», nel film il sentimento cambia natura. Il legame, possibile solo sul piano spirituale, si trasforma in ossessione. In prigionia corporea e psicologica. Se nel romanzo è la metafisica a spiegare l’amore incompiuto, nel film è la ferita dell’inseguimento. La necessità di non perdere mai l’altro di vista. Eppure, per quanto la storia sia ritoccata, come precisato dalla scelta delle virgolette nel titolo, la versione contemporanea di questo amore tormentoso risulta sorprendentemente ammaliante. In sala, il pubblico reagisce in coro: brusii, ansimi, sogghigni e sussulti. Fino all’esplosione sonora nella scena del ritorno di Heathcliff. Sembra uno spettacolo interattivo.

Catherine è, invece, un personaggio leggermente più coerente con la versione letteraria. Desiderio, impulsività («Se fossi in paradiso sarei infelice […] e proverei nostalgia di lui»), vendetta e desolazione funzionano in modo convincente. Merito anche della bravura e dell’espressività di Margot Robbie. Nel romanzo, tuttavia, i due personaggi non hanno rapporti sessuali. Non si baciano nemmeno. Il loro trasporto è ultraterreno, fantasmatico. Al contrario, punto forte della pellicola è l’amore clandestino, erotico, dissacrante e insaziabile. Fin dalla prima scena si scoprono delle novità centrali della nuova provocante sceneggiatura: la violenza sessualizzata, la perversione proclamata e il potere sul corpo esercitato attraverso dinamiche di controllo. Torna allora la domanda: al di là della fedeltà al romanzo, questo cambio di tono è disturbante? In realtà no. Anzi, sembra affascinare il pubblico, lasciandolo col fiato sospeso.

L’avidità di Nelly e la perversione di Isabella rappresentano ulteriori incongruenze rispetto alla fonte letteraria. Nel romanzo, Nelly è una narratrice moralista, capace di manipolare il racconto attraverso l’interpretazione. Nel film, diventa un’antagonista attiva e determinante nella disfatta psicologica dei protagonisti. Finisce così per essere corresponsabile della tragedia. Ancora una volta, il movente dello strazio risulta distorto rispetto all’originale. Si passa dalla mentalità dell’epoca, interessata all’ordine sociale (dove Catherine è scandalosa e Heathcliff selvaggio), a una visione odierna, angosciata dalla gelosia e dal tradimento. Isabella, dal canto suo, si trasforma. Da vittima ingenua diventa una figura di dark romance: sadomasochista, accanita dal desiderio di essere pari nel degrado, incantata dalla brutalità dell’umiliazione. Inoltre, per concentrarsi quasi esclusivamente sull’amore dei protagonisti, il personaggio del fratello di Catherine viene fuso con quello del padre, e più della metà dei capitoli del romanzo viene eliminata.

Per Emily Brontë, la tragedia scaturisce dal conflitto tra natura e rigidità sociale. Cathy e Heathcliff sono legati in modo assoluto e disincarnato, la violenza è soprattutto psicologica, l’umiliazione di classe è concreta e Nelly e Isabella agiscono entro i confini morali realistici del contesto. Emerald Fennell rilegge invece la storia in chiave contemporanea. Trasforma i personaggi in agenti più impulsivi e trasparenti. Il desiderio si fonde con il possesso, la brutalità diventa tangibile. La tensione amorosa, seppur erotica, richiama nei non detti e nella separazione inevitabile l’eco di Romeo e Giulietta. «Io non “mi dichiarai” mai a voce: ma, se gli sguardi hanno un linguaggio, anche il più perfetto idiota avrebbe capito che ero perdutamente innamorato»: un’affermazione del romanzo, che risulta decisamente distante dalle scene del film.

Questa recensione sarebbe ingiusta se si limitasse a un mero paragone tra le due opere. La supremazia del film si riconosce nelle immagini e nelle inquadrature. Ogni scelta visiva è ritagliata ad hoc per immergere il pubblico nel fermento della passione. Le brughiere e la dimora Ernshaw sono un teatro oscuro, isolato, desolato e a tratti squallido, come l’amore tra Cathy e Heathcliff. La dimora Linton, al contrario, è surreale e sfarzosa. Emblematica la questione delle pareti che rievocano la pelle di Catherine: un dispositivo di contrasto tra la calma di Edgar, che le glorifica, e l’irrequietezza di Heatchcliff, che le lecca. I costumi di Cathy, rigorosamente bianchi, rossi e blu guidano lo sguardo dello spettatore. La dimensione tattile viene invece sollecitata dai continui riferimenti ai fluidi: saliva, sangue, uova, gelatina. Le dita penetrano visceralmente in ognuna di queste.

Il regno dei morti e la spiritualità estemporanea del romanzo lasciano spazio a una grammatica erotica contemporanea e, in parte, tipicamente femminile. La licenza poetica di cui si appropria Fennell risulta paradossalmente liberatoria, pur nutrendosi del concetto di amore disfunzionale. Cinquanta sfumature di grigio è trash, “Cime tempestose” è sofisticato. Come in Maria Antonietta di Sofia Coppola, o nella produzione Netflix Bridgerton, l’inaccuratezza storico-letteraria diventa un mezzo espressivo. Un medium per coinvolgere le nuove generazioni, spesso alienate dai simboli odierni e annoiate dai valori antichi. D’altronde, a cosa servirebbe una rappresentazione storica perfettamente fedele se producesse indifferenza anziché emozione? Il grande schermo, in fondo, non funziona proprio come portale verso realtà altrimenti offuscate?

In questo film luccicante, il dispetto si trasforma in tormento e l’amore in strazio. L’esperienza del pubblico oscilla in un’altalena di sorprese, smanie di eccitazione e frustrante angoscia. Sembra un invito ad evitarne la visione? Al contrario. Non potrete farne a meno. Lo dimostrano le ultime parole di Heathcliff: «Non posso vivere senza la mia vita. […] Non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti», che difficilmente sfuggono all’anima di qualunque spettatore.

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Pubblicato il:

14 Febbraio 2026

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