Between Dreams and Hope di Farnoosh Samadi

Condividi su:

Between Dreams and Hope di Farnoosh Samadi

Condividi su:

Diretto da

Starring

Premiato con il riconoscimento “Riflessi nel buio” al 41° Lovers Film Festival di Torino, Between Dreams and Hopes (2025) di Farnoosh Samadi si muove fin da subito tra dimensione onirica e cruda realtà, trasformando un percorso identitario in una vera lotta per l’autoaffermazione.

A dare forma a questa tensione è, fin dalla sequenza d’apertura, l’incubo ricorrente di Nora (Sadaf Asgari): una leggenda persiana che coinvolge una sposa incinta e il parto di un capretto. L’immagine, profondamente disturbante e immersa in una atmosfera sospesa dalla cromia bluastra, agisce come un presagio, anticipando le difficoltà e gli ostacoli che Azad (Fereshteh Hosseini) dovrà attraversare per avvicinarsi a una forma di pace.

Sebbene l’Iran riconosca formalmente il diritto alla transizione di genere, la realtà presentata da Samadi restituisce un sistema intriso di contraddizioni e burocrazia interminabile. In un surreale paradosso, infatti, Azad è costretto a vestire l’hijab per accedere agli spazi di valutazione per l’iter medico e legale. Il protagonista, ancora registrato all’anagrafe come donna, deve coprire il proprio capo, adeguandosi a norme che ignorano completamente la disforia di genere. Dopo un umiliante test della verginità, Azad riceve la notizia peggiore: per accedere al percorso è necessaria il consenso formale del padre, una figura assente che lo ha rifiutato e che non vede da anni.

La famiglia per Azad coincide ormai con la futura sposa, Nora, e con la rete di amicizie che lo circonda: una comunità queer capace di offrire accoglienza e ascolto, riflessa anche nei toni caldi e luminosi della Teheran urbana. Il viaggio verso il paese natale segna invece una frattura visiva: la fotografia si spegne e si ingrigisce progressivamente, mentre gli spazi aperti della campagna diventano paradossalmente più opprimenti, come se fosse negata ogni possibilità di respiro.

L’incontro col padre non smentisce le aspettative, mostrandoci un genitore incapace di provare empatia e comprensione, fossilizzato sulle proprie convinzioni e ossessionato dal concetto di disonore. Di fronte a lui, Azad torna a percepirsi come il vitello nato con tre occhi che aveva visto da bambino: una creatura innocente, uccisa dopo pochi giorni di vita solo perché “anormale”. Un’immagine che restituisce perfettamente la crudezza e la violenza esercitate su ciò che devia dalla norma.

Quando, terminato il duro incontro, Azad dimentica il telefono ed è costretto a tornare indietro, la narrazione si sposta su Nora, dando avvio a una ricerca sospesa tra ansia e fatalismo. Per lunghi tratti, il racconto sembra quasi incepparsi, come se il finale e il destino del protagonista fossero già scritti. Il ritmo si riattiva quando viene ritrovato un corpo che si rivela essere una giovane sposa: una figura evocata come un’Ofelia contemporanea, simbolo di vulnerabilità e innocenza all’interno del violento e mortifero mondo patriarcale.

Samadi accompagna l’intero percorso con una camera mobile, che annulla la distanza tra spettatore e personaggi. Siamo seduti nel sedile posteriore durante il viaggio verso la campagna, ci troviamo accanto a Nora nella ricerca dell’amato, condividiamo la totale oscurità nella stalla in cui Azad viene ritrovato. La visione si fa così esperienza condivisa, un attraversamento emotivo che oscilla tra ansia, paura e sollievo.

La scena finale in acqua ribalta completamente la traiettoria del film: se il ruscello dell’Ofelia è luogo di morte e vulnerabilità, il mare diventa spazio di rinascita e purificazione, un luogo in cui rivendicare con forza la propria esistenza. L’abbraccio delicato tra Azad e Nora diventa atto di resistenza politica e sentimentale; un legame che sopravvive a tutto, anche e soprattutto nel silenzio. D’altronde, come spiega il protagonista, i veri sogni non si raccontano, si sussurrano.

Condividi su:

Pubblicato il:

19 Aprile 2026

Tag:

Consigliati per te