Wild Horse Nine di Martin McDonagh

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C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che due uomini abituati a intervenire nei destini delle nazioni finiscano su un’isola sperduta nel Pacifico, ostaggi del proprio passato e incapaci di dare un senso alle scelte compiute. In Wild Horse Nine, Martin McDonagh porta John Malkovich e Sam Rockwell a Rapa Nui nel 1973, proprio mentre il Cile di Salvador Allende si avvicina al drammatico epilogo del golpe militare. Chris e Lee non sono uomini comuni, ma agenti della CIA: dopo aver preso parte a operazioni destinate a cambiare il corso della storia di altri paesi, si trovano a osservare, dai margini del mondo, gli effetti di quel sistema sistema a cui hanno dedicato la loro esistenza.
Il film guarda agli anni Sessanta e Settanta come a una stagione di profonda contraddizione, in cui le promesse della democrazia americana entrano in aperto conflitto con l’operato di Washington. Dall’assassinio di JFK nel 1963 al sostegno alle forze che avrebbero abbattuto il governo cileno dieci anni più tardi, si delinea una traiettoria segnata da interessi strategici e ingerenze politiche. La parabola di Allende evoca la fine di un’esperienza di trasformazione sociale che aveva alimentato le speranze di una parte del paese. McDonagh inserisce i suoi personaggi in questo scenario privandoli di qualsiasi statura eroica: sono uomini che hanno obbedito, eseguito ordini e partecipato a decisioni il cui peso è ricaduto su popoli lontani. Persino il presunto coinvolgimento di Chris nell’attentato a Kennedy aggiunge un ulteriore livello di ambiguità, restituendo il ritratto di un individuo che si è sempre percepito l’ingranaggio di un meccanismo più grande.
La distanza dai luoghi del potere, tuttavia, non offre ai due agenti una vera via di fuga. Le conversazioni tra Chris e Lee, vecchi compagni di lavoro legati da una lunga consuetudine, sono attraversate da un umorismo corrosivo che tradisce quanto poco resti delle convinzioni di un tempo. McDonagh ritrova qui quella singolare commistione di comicità e brutalità già emerso con In Bruges (2008): i personaggi scherzano, si provocano e divagano in scambi apparentemente futili, mentre sotto la superficie riaffiora il peso delle loro responsabilità. La scrittura procede per deviazioni e assurdità, con un gusto per l’attesa e per il paradosso che richiama il teatro di Samuel Beckett. Lontani dall’essere figure onnipotenti, anche i funzionari della CIA rivelano una mediocrità quasi grottesca, mostrando il potere che rappresentano per ciò che è: una struttura retta da ambizioni personali, cieca obbedienza e cinismo.
A fare da contrappunto a questo universo è Rapa Nui, un luogo la cui identità continua a essere oggetto di contesa anche nel linguaggio quotidiano. Lee si ostina a chiamarla Isola di Pasqua, mentre Alicia, interpretata da Ailín Salas, rivendica il nome originario con cui l’isola è conosciuta dai suoi abitanti. Questo scarto rivela quanto facilmente lo sguardo occidentale possa appropriarsi di un territorio, imponendogli una denominazione e una narrazione estranee alla sua cultura. I moai, le tradizioni e la memoria dell’isola introducono nel film una prospettiva che ridimensiona le vicende dei due agenti: la loro missione appartiene a una storia politica contingente, mentre il luogo che li ospita custodisce un’eredità che attraversa i secoli.
È soprattutto attraverso Chris che il racconto abbandona progressivamente il terreno della satira politica per aprirsi a una riflessione più intima. I primi segnali di un cancro al cervello incrinano la continuità dei suoi ricordi, rendendo sempre più labile il confine tra ciò che appartiene al presente e ciò che riaffiora dal passato. Malkovich interpreta questo smarrimento con una misura che lascia spazio anche all’umorismo, senza mai celare la vulnerabilità del personaggio. In questo progressiva perdita di coordinate, il cavallo con cui Chris instaura un legame speciale diventa una presenza essenziale: tra i due si crea un’intesa che sembra prescindere dalle parole e dalle convenzioni umane. L’animale gli offre un contatto puro e immediato, finalmente privo delle manipolazioni e dei calcoli che hanno caratterizzato il suo lavoro.
Il richiamo a Nietzsche e al celebre episodio del cavallo di Torino acquista allora un valore particolare. Nel gennaio del 1889, secondo un racconto mai definitivamente verificato, il filosofo avrebbe abbracciato un cavallo sottoposto alle percosse del suo cocchiere, prima di crollare psicologicamente. McDonagh sembra recuperare la forza evocativa di quel gesto per interrogare il rapporto tra violenza, coscienza e compassione. Dopo aver trascorso gran parte della vita dentro un’organizzazione che ha contribuito a produrre sofferenza, e proprio quando la memoria comincia a tradirlo, Chris trova in un animale una forma di relazione che non chiede giustificazioni. Allo stesso modo anche Lee, segnato dalla permanenza sull’isola e dal confronto con l’amico, è costretto a misurarsi con il vuoto lasciato da un’esistenza spesa al servizio di obiettivi che ormai appaiono privi di senso.
Wild Horse Nine trova così il proprio cuore nel contrasto tra la dimensione storica e quella privata. Le trame della CIA e il dramma cileno restano sullo sfondo, ma continuano a interrogare ogni gesto dei protagonisti; la malattia di Chris, a sua volta, sposta l’attenzione sulla precarietà della memoria e sulla possibilità di riconoscere ciò che conta quando il tempo comincia a esaurirsi. L’ironia si accompagna a un senso di amarezza che non concede facili assoluzioni. Affiora l’idea che una vita intera possa essere consumata inseguendo interessi lontani, mentre si trascurano le forme più elementari di vicinanza. Forse, suggerisce il film, sarebbe stato meglio fare meno danni e imparare prima a stare accanto a un cavallo.
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