Scritto da

Beatrice Ciccarelli

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Ci sono occasioni che sembrano poter aspettare e altre che si riconoscono soltanto quando è quasi troppo tardi. I personaggi di Richard Curtis abitano spesso questo intervallo, tra ciò che vorrebbero dire e il momento in cui trovano il coraggio di farlo. Le conversazioni si accavallano, gli imbarazzi diventano equivoci, le dichiarazioni arrivano dopo una serie di tentativi falliti. La leggerezza è una delle cifre più riconoscibili della sua scrittura, capace di far scivolare il dialogo da una battuta all’altra e di avvicinarsi al sentimento senza appesantirlo. Curtis ha paragonato il ritmo delle parole al gesto di lanciare un sacco sulla superficie di uno stagno, lasciando che il movimento prosegua in cerchi sempre più ampi. Anche il tempo, nelle sue storie, si comporta così. Sembra correre sullo sfondo, finché un incontro, un’assenza o una perdita ne rivelano il peso.

Curtis è soprattutto uno sceneggiatore e il filo che lega i suoi film attraversa anche opere affidate alla regia di altri. In Quattro matrimoni e un funerale (1994), diretto da Mike Newell, le cerimonie scandiscono le tappe della vita di un gruppo di amici e accompagnano i cambiamenti dei loro rapporti. Charles (Hugh Grant) arriva spesso in ritardo, come se rimandare gli permettesse di tenere ancora aperte tutte le possibilità. Ogni matrimonio gli offre una nuova occasione per interrogarsi sul proprio futuro, mentre la sua indecisione continua a prendere la forma di un’abitudine. Poi, il funerale di Gareth (Simon Callow) interrompe il ritmo degli incontri. Durante la lettura di Funeral Blues di W.H. Auden, il dolore sembra fermare il tempo comune e cambia la misura delle cose. La commedia, fino a quel momento sostenuta dagli imbarazzi e dalle esitazioni di Charles, si apre alla consapevolezza che le occasioni hanno una durata e che alcune perdite non lasciano spazio a una seconda possibilità.

Il tempo necessario per comprendere un sentimento prende una forma diversa in Notting Hill (1999), diretto da Roger Michell. Dopo la separazione da Anna (Julia Roberts), William – ancora una volta interpretato da Hugh Grant – percorre Portobello Road mentre le stagioni cambiano attorno a lui. La macchina da presa accompagna il suo cammino, le vetrine si trasformano, gli abiti seguono il passaggio dei mesi e una donna sullo sfondo passa dalla gravidanza a un bambino in braccio. La vita continua a scorrere mentre William resta prigioniero della propria routine, accompagnato da Ain’t No Sunshine. La scena racconta con discrezione una delle intuizioni più sensibili di Curtis, la distanza che può aprirsi tra il tempo del mondo e quello di chi soffre. Un anno trascorso lontano da Anna permette a William di capire la durata del proprio sentimento. La separazione modifica il rapporto con il passato e rende possibile una scelta che prima rimaneva confusa.

Quando il tempo si restringe, invece, diventa più difficile sottrarsi alle decisioni. Love Actually (2003), diretto dallo stesso Curtis, organizza le sue storie attorno al conto alla rovescia verso Natale. L’avvicinarsi della festa spinge i personaggi a esporsi, come accade a Sam (Thomas Brodie-Sangster) che corre attraverso Heathrow per raggiungere la ragazzina che ama o a Mark (Andrew Lincoln) che si presenta alla porta di Juliet (Keira Knightley) con i suoi cartelli. L’urgenza, però, attraversa anche situazioni in cui l’amore non basta a risolvere le difficoltà. Daniel (Liam Neeson) affronta la morte della moglie mentre accompagna il figlio nella sua prima passione; Sarah (Laura Linney) divide il proprio tempo tra il desiderio di una relazione e le telefonate del fratello ricoverato; per Karen (Emma Thompson), il gesto di Harry (Alan Rickman) incrina il significato di anni di matrimonio. Le diverse storie convivono nella stessa cornice natalizia, ma ciascuna procede secondo un ritmo proprio. Le scene iniziali e finali all’aeroporto, costruite attorno a immagini di ricongiungimenti reali, restituiscono questa molteplicità di attese e ritorni. Ogni incontro racchiude una storia che continua anche quando lo sguardo si sposta altrove.

È da questa attenzione alle piccole svolte della vita che nasce Questione di tempo (2013), il film in cui Curtis porta il tema del tempo al centro della narrazione. Tim (Domhnall Gleeson) scopre di poter tornare indietro nel proprio passato e all’inizio usa questa capacità per correggere conversazioni, rimediare a errori e riprovare incontri. Il potere sembra offrirgli una soluzione agli imbarazzi quotidiani e alla paura di sbagliare. Il padre gli suggerisce poi un esperimento diverso: vivere una giornata una prima volta con tutte le sue preoccupazioni e ripeterla prestando attenzione alla gentilezza, alla bellezza e ai piccoli piaceri rimasti nascosti. La seconda occasione cambia il modo in cui Tim guarda ciò che gli accade. Per la prima volta, il viaggio temporale serve a riconoscere il valore della giornata che ha davanti, invece di inseguire una versione ideale della propria vita.

Questa consapevolezza incontra il suo limite quando Tim capisce che tornare indietro a rivedere il padre, dopo la nascita del figlio, potrebbe modificare le condizioni del concepimento e cancellare proprio quel bambino. Il desiderio di recuperare una presenza entra in conflitto con la responsabilità verso una vita nuova. Ogni tentativo di trattenere il passato rischia di cambiare ciò che è venuto dopo, e il potere di Tim non può sottrarlo alla perdita. Smettere di viaggiare nel tempo diventa così una scelta dolorosa, legata all’accettazione della finitezza. Il film porta a compimento una tensione già presente nelle storie dei precedenti: Charles vorrebbe rimandare il momento di scegliere, William ha bisogno di attraversare un’assenza, i personaggi di Love Actually si confrontano con il tempo che resta loro. Tim può letteralmente tornare indietro nel tempo, eppure arriva alla stessa consapevolezza. La vita acquista valore anche perché non possiamo ripeterla all’infinito.

Un limite simile attraversa Vincent and the Doctor (2010), episodio di Doctor Who (2005-2025) scritto da Curtis e diretto da Jonny Campbell. Il Dottore (Matt Smith) e Amy (Karen Gillan) liberano Vincent van Gogh (Tony Curran) dalla creatura che lo perseguita e lo accompagnano al Musée d’Orsay, dove il pittore vede le proprie opere esposte e ascolta quanto saranno amate in futuro. Per un momento può conoscere il riconoscimento che gli è mancato durante la vita. I viaggiatori, però, non riescono a cancellare la sofferenza che lo segna e Vincent morirà comunque a trentasette anni. La visita al museo gli offre speranza, senza trasformare il dolore in qualcosa di necessario o giustificato. Quando il dottore spiega ad Amy che ogni vita contiene cose belle e cose terribili, ricorda che le une non rendono irrilevanti le altre. Il futuro può restituire a Vincent uno sguardo diverso sulla propria opera, ma non può cambiare ogni aspetto della sua esistenza. Come in Questione di tempo, il valore di un incontro sopravvive anche quando non è possibile riscrivere ciò che accade.

È questa, forse, la qualità più duratura della scrittura di Curtis. Le sue storie prendono sul serio le fragilità dei rapporti e continuano a credere nella possibilità che qualcosa di buono accada. I personaggi sbagliano le parole, arrivano tardi, perdono occasioni e cercano di rimediare; la commedia nasce da questi inciampi, mentre il tempo rivela ciò che ciascuno rischia di perdere. Questione di tempo porta questa sensibilità alla sua espressione più compiuta, mostrando che nessuna seconda possibilità può restituirci tutte le persone e tutte le versioni della nostra vita. Rimane l’occasione di prestare attenzione a ciò che accade, di riconoscere il valore degli incontri e di scegliere come vivere il tempo che ci è dato. Nel cinema di Curtis la speranza passa proprio da qui, dalla consapevolezza che la vita continua a sorprenderci anche quando non possiamo stabilire quanto dureranno le cose che amiamo.

Vincent and the Doctor (2010)

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Pubblicato il:

8 Novembre 2026

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