Alphabet Lane di James Litchfield

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Starring
«Ho sentito dire che Peter sta meglio» dice Anna all’amica dall’altro capo del telefono.
Si gira sul fianco, una mano a sostenere la nuca. Guarda Jack negli occhi.
«È vero? O sta solo mettendo una maschera?»
Alphabet Lane (2025) – esordio del regista australiano James Litchfield – segue le vicende di Anna (Tilda Cobham-Hervey) e Jack (Nicholas Denton), una coppia che decide di trasferirsi in campagna, lontano da qualsiasi centro abitato. Una sera, Jack racconta ad Anna di aver conosciuto un uomo in sella al suo cavallo: si chiama Joe, ha una lunga barba e un cappello da cowboy. Anna propone di invitarlo a cena, così Jack prende il cellulare e compone un numero di telefono. A ogni tasto premuto, imita con la bocca il suono della tastiera. “Bip bop bop bop”. Se le espressioni di Anna, prima scettica e poi divertita, non sono bastate a mandare un segnale inequivocabile allo spettatore, quei pochi secondi offrono la conferma definitiva: Joe non è altro che il frutto dell’invenzione di Jack. Poco dopo, nelle vite dei due arriva Michelle, la cordiale moglie di Joe. È con lei che Anna parla al telefono. Un simpatico passatempo per i giovani protagonisti, i quali si divertono a immaginare curiosi dettagli riguardo i loro “nuovi amici”. Tuttavia, quando iniziano ad arrivare delle lettere, quello che era nato come un gioco prende presto il controllo dell’intera relazione.
Girato nella fattoria di famiglia del regista, Alphabet Lane trova nei paesaggi uno dei suoi elementi più significativi. Il Monaro, nel Nuovo Galles del Sud, è una terra dal clima rigido, fatta di immense distese desolate quasi completamente prive di alberi. Poco più di 22.000 abitanti popolano una regione grande quanto l’intera Calabria. «Il paesaggio in cui sono cresciuto era bellissimo, silenzioso, freddo, inquietante, austero e mistico» dichiara il regista. L’idea del film nasce dall’aver osservato, nel corso degli anni, come molte coppie sembrassero avere una sorta di terza relazione: a volte con un cane, altre volte con una presenza difficile da definire. Litchfield ha provato dunque sulla propria pelle cosa vuol dire crescere in un territorio isolato, e questa esperienza attraversa il film: i colori spenti, la monotonia della vita quotidiana, la colonna sonora eterea eppure minacciosa, gli innumerevoli silenzi. In un’atmosfera sospesa e straniante, lo spettatore percepisce la solitudine dei personaggi.
Una solitudine che grava soprattutto su Anna: in ospedale i pazienti sono pochi; con Jack si vede di rado – lui lavora di giorno, lei di notte; i colleghi non sono molto socievoli. Un giorno, racconta a Jack di aver trovato una lettera firmata da Michelle. In realtà, dietro quel nome si nasconde lei stessa. La corrispondenza che nasce diventa un modo per riempire il tempo e spezzare la monotonia delle giornate, ma anche per comunicare al compagno i propri sentimenti: «Se posso darti un consiglio, mi assicurerei di far sapere ad Anna quanto la ami» scrive Michelle (Anna) in una delle sue lettere a Jack. Da qui emerge una delle qualità più interessanti del film: l’attenzione per i dettagli. Giochi di sguardi, auto che non si fermano quando dovrebbero, corrispondenze epistolari: in Alphabet Lane a contare non è tanto ciò che i personaggi dicono, quanto il modo in cui scelgono di dirlo – o di non dirlo affatto.
Ma il film non si limita a esplorare la malinconia e l’isolamento. Accanto alla dimensione più dolorosa della storia, trova spazio una vena ironica quasi surreale. Michelle finisce infatti per trasformarsi nella versione idealizzata di Anna: più spontanea, più disinvolta nel dire ciò che pensa, più attraente. È proprio questa figura immaginaria a suscitare l’interesse di Jack, che sviluppa nei suoi confronti una curiosità sempre più intensa, fino a una forma di attrazione che sfiora l’assurdo. Nel frattempo, anche Joe (Jack) inizia a scrivere ad Anna, dando vita a un secondo rapporto epistolare, speculare e altrettanto paradossale. Alcune situazioni, pur mantenendo un fondo di inquietudine, assumono così una sfumatura grottesca che alleggerisce la narrazione senza svuotarla del suo significato emotivo.
Attraverso un’idea tanto semplice quanto insolita, James Litchfield ci invita a riflettere su quanto lontano siamo disposti a spingerci pur di colmare le distanze che si creano nelle nostre relazioni. Senza mai cedere al melodramma, l’opera alterna malinconia, ironia e inquietudine, trovando un equilibrio sorprendente tra realismo e straniamento, tra thriller psicologico e dark comedy. Ne emerge un esordio delicato e originale, che vive e si compie nei dettagli di un gioco psicologico tanto assurdo quanto dolorosamente umano.
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