The Invite di Olivia Wilde

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Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti e conquiste sociali. Nonostante le molte contraddizioni e le assurdità che ancora resistono, sempre più spesso vengono messi in discussione modelli che per generazioni erano stati considerati quasi intoccabili. The Invite di Olivia Wilde si inserisce proprio in questo spazio di riflessione, mettendo in discussione la possibilità che un rapporto debba essere conservato a ogni costo anche quando rischia di trasformarsi in una forma di logoramento reciproco.

Non è un caso che, soprattutto negli ultimi anni, il cinema sia tornato con sempre maggiore frequenza a interrogarsi sui problemi della coppia, muovendosi anche in quella zona di confine tra dramma, commedia amara e commedia romantica grottesca. Quest’anno The Drama (2026, Kristoffer Borgli) ha già affrontato, con modalità completamente diverse, le inquietudini e le contraddizioni che possono emergere all’interno di una relazione, inserendosi in una riflessione che sembra diventare sempre più presente nel cinema contemporaneo. È anche un cinema che parla di una generazione, quella dei nati tra gli anni Settanta e Ottanta, cresciuta diversamente dai propri genitori e chiamata a confrontarsi con un’idea di coppia meno fondata sulla necessità di conservarsi e più disposta a interrogarsi sulla possibilità di cambiare, ricominciare o riconoscere quando una relazione non riesce più a essere sostenibile.

È all’interno di questo discorso che Olivia Wilde porta sullo schermo The Invite, remake americano di Sentimental (Cesc Gay, 2020), commedia spagnola tratta da una pièce del regista stesso, Los vecinos de arriba. La storia era già arrivata al cinema italiano nel 2022 con Vicini di casa di Paolo Costella, oltre ad aver generato altri adattamenti internazionali. Wilde si confronta dunque con una storia tutt’altro che nuova, ma proprio la sua capacità di essere ripensata attraverso culture, epoche e sensibilità differenti sembra dimostrare quanto il tema della coppia continui a trovare nuove forme per essere raccontato.

Il film si affida a quattro personaggi e a un unico spazio domestico, una scelta che richiama inevitabilmente Carnage (Roman Polanski, 2007), soprattutto per la costruzione della messa in scena e per il modo in cui quattro interpreti di primo piano vengono confinati nello stesso ambiente, lasciando che siano le loro relazioni a diventare il vero motore del racconto.

All’inizio c’è una crisi di coppia talmente evidente da diventare quasi comica. Angela e Joe, interpretati dalla stessa Wilde e da Seth Rogen, discutono per piccole cose, sono stressati, esasperati, incapaci di ascoltarsi davvero. Non sono necessariamente le loro discussioni a essere divertenti, quanto il modo in cui il film riesce a mostrare una situazione ormai difficilmente sostenibile attraverso le piccole frizioni quotidiane. Rogen, con quella sua consueta ironia sarcastica e quella presenza quasi da caratterista di sé stesso, funziona perfettamente in questo registro, ma dietro la componente comica rimane sempre visibile l’insoddisfazione del personaggio. Wilde aveva pensato a lui proprio per la capacità di rendere Joe contemporaneamente amabile, fragile e frustrante, arrivando a paragonarne la presenza a quella di Albert Brooks e Richard Dreyfuss.

Wilde costruisce invece Angela a partire da una tensione quasi costante. La stessa attrice, parlando del personaggio, l’ha definita una donna tormentata dall’ansia e portata all’eccesso nel compiacere gli altri. L’isteria che emerge nel corso della serata diventa, così, qualcosa di più della semplice caratterizzazione comica, perché sembra derivare dal tentativo disperato di tenere insieme una vita nella quale Angela ha progressivamente sacrificato la propria identità.

Ed è proprio l’arrivo degli altri due personaggi, Piña e Hawk, interpretati da Penélope Cruz ed Edward Norton, a modificare per la prima volta la percezione di ciò che stiamo guardando. La crisi della coppia diventa imbarazzo, perché ciò che prima apparteneva soltanto ai due protagonisti viene improvvisamente esposto allo sguardo di qualcun altro. Successivamente subentra una componente erotica che renderà la situazione ancora più strana, spostando progressivamente il divertimento verso una forma di disagio e quasi di sconforto. Il film continua a far ridere, ma la risata comincia a convivere con qualcosa di molto meno rassicurante.

È proprio qui che The Invite compie il suo passaggio più riuscito. Il tema rimane sempre lo stesso, ma cambia progressivamente il modo in cui lo percepiamo. Quella crisi che all’inizio sembrava quasi una situazione di cui ridere diventa prima imbarazzante, poi scomoda e infine qualcosa di profondamente umano. Il film non si limita quindi a cambiare registro, ma modifica lo sguardo con cui osserviamo i suoi personaggi, fino a condurli verso una dimensione sempre più seria e drammatica.

A rendere possibile questa trasformazione è anche una messa in scena estremamente consapevole. La casa diventa un quinto personaggio, uno spazio vivo che registra e amplifica le tensioni tra i quattro protagonisti. Le finestre, gli specchi, le distanze tra i corpi e la disposizione degli ambienti costruiscono continuamente nuovi rapporti all’interno dell’inquadratura. La prima interazione tra le due coppie nasce proprio dalla particolare disposizione delle finestre, mentre gli specchi permettono di giocare continuamente con gli sguardi, mostrando un personaggio attraverso il riflesso di chi lo sta osservando.

Non è soltanto una suggestione dello spettatore. Wilde ha spiegato che l’appartamento è stato progettato proprio come un elemento narrativo, ricorrendo a specchi, vetri e barriere per rappresentare i confini emotivi tra i personaggi. L’essenza della casa arriva a riflettersi sui personaggi stessi. La camicia di Angela è stata scelta dello stesso colore delle pareti perché, secondo Wilde, il personaggio ha progressivamente sacrificato la propria identità a favore della casa, fino quasi a confondersi con essa. La casa non è quindi soltanto il luogo nel quale si svolge la cena, ma una rappresentazione della vita che Angela ha costruito e nella quale sembra essersi progressivamente dissolta.

Anche la colonna sonora segue questo stesso principio, accompagnando gli sbalzi emotivi dei personaggi senza limitarsi a sottolinearli. Quando la tensione cresce, la musica esplode con aperture quasi eccessive, mentre nei momenti più intimi si fa più calda e discreta. Immagini e suoni diventano così due strumenti attraverso cui il film rende visibile e percepibile ciò che i personaggi spesso non riescono a esprimere direttamente.

A sostenere questa costruzione c’è un quartetto di interpreti perfettamente assortito. Wilde e Rogen sono i due poli principali della storia, ma Penélope Cruz ed Edward Norton riescono a inserirsi senza mai sembrare semplicemente degli elementi aggiunti alla dinamica iniziale. Cruz possiede una sensualità magnetica e assume progressivamente un ruolo sempre più importante nell’evoluzione della vicenda. Wilde ha raccontato che l’attrice fu subito attratta proprio dagli aspetti meno perfetti di Piña, dalla sua intensità alla goffaggine, dalla comicità alla rabbia, contribuendo inoltre con diversi elementi nati dall’improvvisazione. Norton, in contrapposizione con molti suoi ruoli passati, solitamente più centrali, interpreta invece il personaggio meno energico del gruppo. Non è una questione di interpretazione, quanto di scrittura. La sua apparente calma diventa anzi un elemento di contrasto con le energie molto più esplosive degli altri tre.

La sintonia tra i quattro sembra essere stata favorita anche dal particolare metodo di lavorazione. Il film è stato girato interamente seguendo l’ordine cronologico della storia, dopo un lavoro condiviso sul materiale tra Wilde e gli interpreti, permettendo al cast di attraversare progressivamente l’evoluzione dei rapporti. Lo stesso Norton ha sottolineato quanto questo procedimento abbia favorito la costruzione dell’arco emotivo dei personaggi. E la complicità tra Wilde e Rogen sembra essere stata tale che, alla fine delle riprese, l’attore ha lasciato alla regista un biglietto con una frase tanto semplice quanto perfetta per descrivere il loro rapporto sul set: I love screaming at you.

Nella parte finale, The Invite arriva a una conclusione di una delicatezza sorprendente. Quella stessa coppia che all’inizio osservavamo quasi con divertimento, per quanto fosse evidente la sua crisi, diventa così qualcosa di diverso. Il film ci ha portati a guardare quelle stesse persone attraverso una prospettiva completamente nuova, fino a farci percepire il peso di ciò che prima sembrava soltanto una situazione grottesca.

Wilde ha raccontato di aver riscontrato nel pubblico interpretazioni diverse del finale. Un’ambiguità che ha coinvolto persino lei e Rogen, arrivati a interpretare diversamente ciò che accade ai loro personaggi.

The Invite
parte da una crisi di coppia di cui è facile ridere e finisce per guardarci dentro. Ci lascia con una domanda a cui diventa progressivamente più difficile rispondere: quando una relazione attraversa una crisi, quanto conta la sua fine e quanto, invece, la possibilità di diventare qualcosa di diverso?

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Pubblicato il:

26 Settembre 2026

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