Scritto da

Luca Montenero

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Il nome Robert Redford richiama immediatamente alcune delle immagini più iconiche della storia del cinema: il fuorilegge gentiluomo in Butch Cassidy (George Roy Hill, 1969), il truffatore affascinante de La stangata (George Roy Hill, 1973), le storie d’amore sospese sul grande schermo con Barbra Streisand in Come eravamo (Sydney Pollack, 1973) e con Meryl Streep ne La Mia Africa (Sydney Pollack, 1985). Redford ha incarnato i sogni di un’intera generazione, diventando un’icona di eleganza e trasformandosi in una delle figure più rappresentative della storia di Hollywood.

Dietro il volto simbolo dell’antidivo americano, scomparso nel 2025 a 89 anni, si nasconde però una figura il cui contributo al cinema non si esaurisce nella carriera di attore o regista, ma nella capacità di immaginare un diverso modo di produrlo e valorizzarlo. Quando l’industria iniziò a privilegiare sempre più il modello del blockbuster e dei franchise, Redford intuì che il futuro del cinema non poteva dipendere soltanto dalle grandi produzioni, ma anche dalla tutela di opere più piccole, personali e indipendenti. Da questa convinzione nacque un progetto destinato a cambiare il panorama cinematografico internazionale: il Sundance Institute e il Sundance Film Festival.

Prima di diventare il principale sostenitore del cinema indipendente, Redford si affermò come una delle più grandi star della Nuova Hollywood. Nato a Santa Monica il 18 agosto 1936, si avvicinò presto alla pittura e alla recitazione. La perdita prematura della madre e, anni dopo, la scomparsa del figlio Scott a pochi mesi dalla nascita segnarono profondamente la sua sensibilità introspettiva. Dopo gli inizi tra teatro e televisione, arrivò sul grande schermo negli anni Sessanta con Caccia di guerra (1962) di Denis Sanders, La Caccia (1966) di Arthur Penn, al fianco di Marlon Brando e Jane Fonda, e Questa ragazza è di tutti (1966), film che segnò l’inizio del sodalizio col regista Sydney Pollack. L’ingresso definitivo nell’olimpo delle star arrivò nel 1969 con Butch Cassidy and the Sundance Kid, il capolavoro western di George Roy Hill interpretato insieme all’amico Paul Newman, sulle note di Raindrops Keep Fallin’ on My Head. Il ruolo di Sundance Kid, celebre pistolero e fuorilegge statunitense, non fu soltanto quello che lo trasformò in una star mondiale, ma contribuì a creare l’immagine di quell’attore capace di unire fascino, ironia e malinconia.

Negli anni ‘70 Robert divenne uno dei volti simbolo della New Hollywood, stagione di profonda trasformazione dell’industria americana della settima arte in cui il potere creativo si spostò progressivamente verso i registi, sempre più centrali e riconosciuti come principali autori delle proprie opere. In questo periodo interpretò alcuni dei film più rappresentativi del decennio, tra cui Come eravamo (Sydney Pollack, 1973), La stangata (George Roy Hill, 1973), I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975) e Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976), contribuendo a definire un nuovo modello di protagonista opposto a quello del sistema divistico degli anni precedenti: non più soltanto una figura ideale e romanticizzata della mascolinità hollywoodiana, ma un interprete capace di attraversare personaggi fragili, complessi, e confrontarsi con le inquietudini sociali dell’America contemporanea. Parallelamente sviluppò una visione personale del cinema anche dietro la macchina da presa. Il debutto alla regia con Gente comune (1980), vincitore dell’Oscar al miglior film e miglior regista, confermò la sua attenzione verso un cinema intimo e personale.

Nello stesso periodo il modello produttivo della New Hollywood iniziò a ridimensionarsi. La maggior libertà concessa ai registi aveva prodotto opere innovative e rivoluzionarie, ma anche molti insuccessi commerciali che spinsero gli studios a rivedere le proprie strategie. Il successo di titoli come Lo squalo (Steven Spielberg, 1975) e Guerre Stellari (George Lucas, 1977) mostrò all’industria americana la forza economica del blockbuster-evento, delle grandi campagne promozionali, del merchandising e dei franchise. Progressivamente il centro del sistema tornò a spostarsi dalla figura dell’autore a quella delle case di produzione, limitando lo spazio per opere più personali e rischiose.

È proprio in questa trasformazione che nacque la visione dell’attore californiano. Paradossalmente, un uomo cresciuto all’interno del sistema hollywoodiano comprese ciò che quel sistema stava progressivamente lasciando indietro: la necessità di creare un luogo dove nuovi registi e sceneggiatori potessero sviluppare opere libere dalle logiche del grande mercato. La sua missione divenne quindi costruire uno spazio alternativo capace di sostenere film a basso budget, valorizzare nuovi talenti e proteggere la libertà creativa.

Così nel 1978 fondò lo “Utah/United States Film Festival”, dedicato alla valorizzazione del cinema indipendente americano, qualche anno più tardi rinominato “Sundance Film Festival”. Nel 1981, insieme all’amico Sydney Pollack, diede vita al Sundance Institute, organizzazione no-profit destinata a sostenere il lavoro di sceneggiatori, registi e produttori indipendenti. Il nome stesso dell’istituto è un omaggio al personaggio di Sundance Kid interpretato da Redford nella pellicola del ‘69: il ruolo che lo rese celebre diventava così il nome di questo progetto il cui obiettivo non era soltanto offrire visibilità alle pellicole indipendenti, ma creare un percorso di crescita per cineasti emergenti attraverso programmi di sviluppo e il confronto con registi e professionisti affermati.

In pochi anni Sundance divenne molto più di un festival cinematografico, si trasformò in una delle principali vetrine mondiali per la scoperta di nuovi talenti. Qui trovarono spazio autori destinati a diventare protagonisti del cinema contemporaneo: Tarantino presentò in anteprima mondiale il suo film d’esordio Le iene (1992), i Fratelli Coen l’opera prima Blood Simple (1984), Soderbergh ottenne l’attenzione internazionale con il suo debutto alla regia Sesso, bugie e videotape (1989). Negli anni successivi il festival avrebbe portato alla ribalta film divenuti di culto come I soliti sospetti (Bryan Singer, 1995), Memento (Christopher Nolan, 2000), Little Miss Sunshine (Dayton e Faris, 2006), Whiplash (Damien Chazelle, 2014) e Get Out (Jordan Peele, 2017).

Oggi il SFF rappresenta uno dei principali luoghi di incontro tra creatività e industria. Ogni anno migliaia di opere vengono sottoposte alla selezione del festival, che privilegia quelle capaci di proporre nuove idee e con una forte impronta d’autore. Nel 2026 il programma includeva circa 90 lungometraggi distribuiti in diverse sezioni. La rassegna ha assunto anche una crescente importanza nel mercato, infatti produttori, distributori e piattaforme streaming osservano Sundance alla ricerca di nuovi progetti. Il caso di CODA (Sian Heder, 2021), acquisito da Apple dopo la presentazione al festival e successivamente vincitore dell’Oscar al miglior film, rappresenta il paradosso più evidente del lascito di Redford: uno spazio nato per permettere ad altri autori di esistere e per offrire un’alternativa al sistema hollywoodiano è diventato oggi uno dei luoghi in cui quel sistema cerca il proprio futuro.

L’impatto di Robert Redford ha modificato profondamente il modo in cui il cinema indipendente viene finanziato e distribuito a livello internazionale. Sundance, oltre ad essere un punto di riferimento per numerose kermesse nel mondo, è diventato un vero e proprio marchio culturale: l’idea di un cinema a budget ridotto, libero da vincoli e capace di dar spazio a nuove visioni ha contribuito a definire un nuovo modello di cinema oggi riconosciuto globalmente. La sua visione, nata dalle crepe del modello hollywoodiano, non è più soltanto una dimensione marginale ma è stata progressivamente integrata proprio dall’industria che voleva affiancare.

La grandezza di Redford non si è ridotta soltanto ai personaggi che ha interpretato, ma nella possibilità che ha offerto ad altri di crearne di nuovi. Ed è per questo motivo che il più grande capolavoro del Sundance Kid non è un film che ha diretto o interpretato, ma un’eredità capace ancora oggi di generare cinema.

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Pubblicato il:

18 Agosto 2026

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