Il silenzio degli altri di Eva Libertad

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Attenzione: il testo contiene spoiler.
Viene da domandarsi cosa resterebbe del concetto di “normalità” se smettessimo di misurarlo in antitesi a quello di “diversità”. Eppure, la nostra vita prende forma all’interno di una cornice di esperienze e codici comportamentali così radicati da rendere arduo persino pensare a un’alternativa. È anche il caso della maternità, dove nell’immaginario collettivo i neonati piangono e le madri, allarmate, accorrono. Ma cosa accade quando questo meccanismo s’inceppa? Cosa succederebbe se una madre fosse sorda?
Ad affrontare questo tema è Il silenzio degli altri (2026), lungometraggio vincitore di tre premi Goya e del Premio del Pubblico alla Berlinale, distribuito in Italia dalla celebre Lucky Red. La regista Eva Libertad dirige sua sorella Miriam Garlo in un film che mescola realtà e finzione a partire dal titolo originale, Sorda: la condizione della protagonista Ángela, infatti, coincide con quella dell’attrice nella vita reale.
Ángela e Hector (Álvaro Cervantes) vivono una relazione solida e felice, profondamente connessa anche grazie alla condizione della donna. Infatti, la sordità di Ángela spinge i due innamorati a sintonizzarsi su un piano comunicativo più intimo, scandito da ritmi dilatati che richiamano la quiete immersiva del contatto con la natura. Il loro amore è talmente saldo da portarli alla decisione di avere un figlio: sognano il futuro con entusiasmo e piena lucidità rispetto alle difficoltà a cui andrebbero incontro. Chi li circonda, tuttavia, fatica a condividere la loro scelta, e perfino i genitori di Ángela si mostrano stupiti e a tratti timorosi e angosciati di fronte alla possibilità che la nipote possa nascere sorda.
Fin dai primi momenti, emerge quanto il sistema entro cui è inscritta l’esperienza della maternità sia costruito attorno a un modello preciso, che lascia poco spazio a condizioni diverse. Nonostante le rassicurazioni di diversi amici sordi, a loro volta già genitori, un tarlo logorante inizia a farsi strada nella mente della protagonista. Durante una festa, la donna sente il figlio udente di un’amica lamentarsi di dover giocare coi coetanei sordi, che definisce «noiosi», trovando invece rifugio in una conversazione con Hector, l’unica altra persona udente presente alla festa. Ángela ascolta e assimila la scena: e se anche la bambina che porta in grembo fosse udente? Quali invisibili equilibri e distanze si creerebbero all’interno della loro stessa famiglia?
La risposta inizia a delinearsi in sala parto, una scena decisamente insolita per lo spettatore. Ángela è isolata e dipendente dalla mediazione di Hector, perché il personale medico non conosce la lingua dei segni e si rivela incapace di assecondare la necessità della donna di leggere il labiale. Di fronte a una disattenzione strutturale di tale portata, lo spettatore è spinto a ragionare sulla mancanza di adattabilità alle esigenze meno comuni. Viene da domandarsi se questa incapacità collettiva si possa considerare una forma di disabilità, capovolta.
Le scelte registiche restituiscono la condizione della sordità in tutta la sua forza straniante e dissociativa. La scena in cui Ángela continua a dormire, ignara della presenza della neonata nella camera d’ospedale, è un’immagine che incrina il mito della madre costantemente all’erta. È lecito chiedersi allora se una donna sorda possa sentirsi limitata all’interno del ruolo materno come lo si intende tradizionalmente. Nel frattempo, l’istinto protettivo spinge Hector a mostrare i primi segnali di ansia e ad aggrapparsi al desiderio che la bambina sia in grado di sentire. Quando i test clinici confermano che l’udito della piccola è intatto, l’armonia della coppia inizia lentamente a cambiare.
Giorno dopo giorno, Ángela sprofonda in un vortice di frustrazione e senso di inadeguatezza. Pur desiderando di insegnare fin da subito la lingua dei segni alla figlia, i limiti fisiologici della crescita ancora non lo permettono. La fatica con cui madre e figlia riescono a costruire un primo, vero legame è un percorso straziante da osservare. Eppure, la narrazione evita sempre di indulgere nella pietismo, mantenendo uno sguardo distaccato; nell’atmosfera si percepisce qualcosa che si comprenderà pienamente soltanto nel finale. Agli occhi della bambina, Hector rappresenta il luogo più sicuro: l’immediatezza della voce e l’accudimento sembrano funzionare in maniera fluida e istintiva. Anche nel rapporto con il mondo esterno è il padre ad accompagnarla con maggiore efficacia nell’esplorazione e nella scoperta, riducendo Ángela sullo sfondo. Nella scena culminante, la crisi esplode in un confronto tra i due. Esasperata, la protagonista affronta il compagno chiedendogli apertamente se si vergogni di lei, quale sia ormai il senso della sua presenza e se sia diventata soltanto un intralcio nella famiglia. Hector, con dolore, le risponde con una verità ineluttabile: il mondo non può più orbitare unicamente attorno a lei e alla sua sordità, perché adesso nella loro vita c’è una terza persona di cui prendersi cura.
Ed è in questo snodo narrativo che il film cambia prospettiva. Attraverso una riuscita scelta di sound design, l’audio scompare e lo spettatore “sente” il buio sonoro di Ángela. Un’esperienza quasi interattiva e totalizzante. Fuggita da casa e in cerca di riparo dalla coppia di amici sordi, la donna interagendo con il loro figlio udente finisce per sentirsi nuovamente umiliata e isolata. A offrire la chiave di volta, è un gesto apparentemente banale. Osservando l’amica prendere in braccio il bambino addormentato per portarlo a letto, la protagonista riconosce in quel gesto di cura, così primordiale e incondizionato, qualcosa di illuminante. Ángela comprende di dover accettare ancora una volta la realtà in cui vive: la sua non sarà mai una famiglia convenzionale e, in virtù della sua complessità, richiede la collaborazione di entrambi i genitori. Sarà solo una questione di tempo, fino a quando la bambina imparerà la lingua dei segni. Fino ad allora dovrà accettare la sua condizione, senza dubitare un solo istante della propria identità di madre.
Il silenzio degli altri si chiude, così, su una nota di disarmante limpidezza. Per quanto alcune esperienze umane possano risultare incomprensibili agli occhi della maggior parte della società, i sentimenti d’affetto che le nutrono restano qualcosa di universale. Rispondendo alla domanda iniziale: categorie come “normalità” e “diversità” si rivelano utili per organizzare alcuni aspetti della realtà, ma sono fuorvianti quando pretendono di definire la grammatica di fenomeni più profondi, come l’amore.
Cosa succede, in definitiva, se una madre è sorda? Avrà senz’altro bisogno di tutela, empatia e supporto da parte della comunità e di chi le sta accanto, ma questo la renderebbe davvero diversa da qualsiasi altra madre? E, soprattutto, questa condizione inficerebbe sulle cure che è in grado di donare a sua figlia? Il messaggio dell’opera è chiaro e perentorio. È in grado di fornire una risposta asciutta, senza filtri, immergendo lo spettatore direttamente nell’esperienza di Ángela: spegnendo il volume del mondo intero, ci invita ad ascoltare l’anima di una madre non udente.
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