Bulakna di Leonor Noivo

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Noi di Strade Perdute siamo entusiasti di aver preso parte a una suggestiva trasferta in Sicilia in occasione della ventunesima edizione del Sole Luna Doc Film Festival, l’evento per gli amanti del cinema e non solo, che ogni anno a luglio anima Palermo. Appassionati e curiosi si radunano nell’affascinante cornice del chiostro Sant’Anna alla Misericordia, antico convento francescano sorto nel 1480 grazie all’opera dalla famiglia catalana Bonet.

Il festival si definisce «un ponte tra le culture»,  considerazione decisamente appropriata per una selezione che attraversa paesi, tradizioni e realtà lontane per offrire prospettive inedite sul presente, senza dimenticare il territorio ospitante grazie alla sezione Sicilia Doc. Tra i documentari in concorso spicca Bulakna (2025) della regista portoghese Leonor Noivo.

Il titolo riprende il nome della leggendaria guerriera filippina che resistette all’invasione coloniale spagnola insieme al marito Lapu-Lapu. La sua figura ritorna nel documentario come simbolo di una resistenza diversa, incarnata oggi dal volto delle donne filippine costrette a emigrare per lavorare. L’opera suggerisce che la colonizzazione non sia affatto terminata, ma abbia semplicemente cambiato forma insinuandosi nelle dinamiche dell’economia globale e della divisione internazionale del lavoro: in questo scenario, migliaia di donne sostengono il benessere di altri Paesi svolgendo mansioni domestici e di cura. Spesso invisibili e scarsamente riconosciute, sono costrette a rinunciare alla vicinanza dei figli, all’affetto della famiglia e, talvolta, perfino alla possibilità di costruirsi un futuro nella propria terra d’origine.

Fin dalle prime immagini emerge con forza il funzionamento dell’economia familiare filippina, una vera e propria comunità produttiva in cui ciascuno contribuisce al benessere collettivo. Proprio per questo la migrazione assume un carattere ancora più doloroso, dal momento che lasciare il proprio ambiente significa spezzare un equilibrio sociale e culturale profondamente radicato. Nel documentario aleggia una convinzione tanto semplice quanto devastante: pur emigrando con l’obiettivo di garantire un futuro migliore ai propri cari, chi parte difficilmente torna davvero e rischia di trasformare quel progetto di salvezza in una gabbia.

Viene naturale chiedersi se davvero valga la pena trascorrere anni nell’ombra, diventando il motore invisibile di famiglie altrui a costo di sacrificare affetti, ambizioni e tutti quei frammenti di vita e ricordi – dai compleanni dei figli agli ultimi anni dei genitori – che danno senso all’esistenza. Il vero dramma, tuttavia, è che a queste donne sembra che non sia nemmeno concesso porsi la domanda, distorcendo la resilienza in un ineludibile dovere morale, una prova di forza da affrontare in silenzio. Ma il prezzo da pagare può risultare altissimo: con lo scorrere del tempo, persino chi è rimasto a casa rischia di abituarsi alla loro assenza.

Il documentario allarga il campo d’azione e suggerisce anche una riflessione sul senso di misurare tutte le economie e gli stili di vita secondo un unico e omologante modello di sviluppo.  Applicare rigidi criteri “occidentali” a un ecosistema particolare come quello filippino – fatto di paludi, umidità e piogge tropicali – significa ignorarne la specificità. I personaggi raccontati da Noivo dimostrano invece che vivere in stretto rapporto con la natura, in modo autosufficiente e lontano dall’idea “occidentale” di progresso, non rappresenta affatto una privazione, ma una normalità profondamente radicata.

Non è un caso che il documentario richiami anche la figura di Ferdinando Magellano. Il conquistatore riuscì a sopravvivere in un ambiente per lui ostile unicamente grazie al sapere indigeno, sfruttando le conoscenze del suo schiavo e interprete che gli indicò come orientarsi e vivere in quel territorio. Questo potente ribaltamento simbolico, in cui i popoli considerati “arretrati” si rivelano detentori di un sapere indispensabile, entra in forte contrasto con l’attività delle moderne agenzie che preparano le donne filippine all’emigrazione. Tali realtà speculano spietatamente sull’emigrazione, addestrando le donne filippine in corsi simili a organizzazione militari per renderle assistenti domestiche perfette e disciplinate. Si crea così un’immagine paradossale e violenta, dove donne cresciute prendendosi cura delle proprie famiglie vengono trasformate in forza lavoro specializzata a uso esclusivo di estranei, palesando lo squilibrio tra la dignità delle persone e un mercato globale che le deumanizza riducendole a mera merce da esportare.

Bulakna non è, dunque, soltanto un documentario sulla migrazione, ma una lucida riflessione sul neocolonialismo e sulle gerarchie invisibili che continuano a governare il mondo, il cui prezzo nascosco da pagare è quello umano. Leonor Noivo restituisce voce a chi troppo spesso rimane sullo sfondo della storia, ricordandoci che molte delle comodità considerate normali in “Occidente” si fondano ancora oggi sul sacrificio silenzioso di altri popoli. Opere come questa tengono viva la consapevolezza essenziale che il progresso non può essere misurato soltanto in freddi termini economici da una politica globale retta della prosperità e della gloria di alcuni e dalla sofferenza e sottrazione della dignità di altri. In fondo, quel traguardo di benessere e sviluppo che le economie dominanti inseguono correndo in una direzione sbagliata, finisce quasi sempre per coincidere con ciò che nei Paesi sfruttati rappresenta la semplice quotidianità: un rapporto armonioso con la natura, con la comunità e con il senso stesso della vita.

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Pubblicato il:

8 Agosto 2026

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