Nel 1986, un anno dopo la nascita convenzionale del cinema, nacque Howard Hawks, uno dei registi americani più influenti della storia della Settima Arte, nonché una delle principali figure della Golden Age di Hollywood. Hawks riuscì ad avvicinare il cinema al popolo senza perdere la sua essenza artistica, diventando tra i primi registi a codificare vari generi cinematografici e lasciando un’impronta talmente riconoscibile da risultare fondamentale ancora oggi; la sua influenza, infatti, appare nei lavori di numerosi cineasti contemporanei – si pensi all’etica professionale dei personaggi di Michael Mann, i rimandi ad alcune figure femminili di Spielberg o l’ascendente su Tarantino e Carpenter.
Hawks iniziò a dedicarsi alla regia prima della nascita del sonoro nel 1927 e in poco tempo divenne un maestro grazie alla sua chiarezza espositiva e narrativa, ma tra i suoi oltre 30 lungometraggi sonori due film in particolare rivoluzionarono il cinema: Scarface, Shame of the Nation (1932), ancora oggi ricordato come il prototipo del gangster moderno, e Rio Bravo (1959), che aprì il genere western a una dinamica incentrata sui personaggi più che sulla conquista del territorio.
La figura di Hawks è complessa e poliedrica, un’artista in grado di esplorare diversi generi, dal western, alla commedia, fino al noir; operò come regista, sceneggiatore e produttore, diventando una figura di rilievo a trecentosessanta gradi nell’industria cinematografica, che per il suo contributo e la sua capacità espressiva gli conferì l’Oscar alla carriera nel 1975.

Scarface fu rivoluzionario per il cinema noir e gangster, anticipando il periodo d’oro dei due generi americani. A differenza dei film precedenti, Hawks si concentrò principalmente sull’oscurità morale, una situazione in cui non è presente un eroe e la polizia è brutale quanto i criminali. Questo buio dell’anima si rispecchia nella messa in scena grazie a un forte contrasto chiaroscuro e a riprese dinamiche, come le auto in corsa, che hanno definito lo standard lungo gli anni. Un’altra intuizione visiva fu l’utilizzo del simbolo X: sotto forma di cicatrice, ombra o elemento architettonico nascosto nell’inquadratura, rappresenta l’elemento che riconduce sempre a un omicidio. Uno stilema ripreso da diversi registi, su tutti anche da Scorsese in The Departed (2006).
Il protagonista, Antonio “Tony” Camonte, ispirato alla figura di Al Capone, è la rappresentazione della disfatta del sogno americano; in più riprese Tony guarda la scritta “The world is yours”, ma la sua resa è inevitabile. Un altro elemento totalmente rivoluzionario e scandaloso per l’epoca fu il sottotesto di un rapporto incestuoso tra Tony e sua sorella Cesca; Scarface stabilì così un nuovo modo di narrare storie cupe, senza spazio per il romanticismo né per l’idealizzazione.
Rio bravo, d’altro canto, innovò il western per ragioni radicalmente diverse. Il progetto nacque da una forte critica di Hawks e John Wayne nei confronti di High Noon (1952, Fred Zinnemann), in quanto entrambi non sopportavano l’idea di uno sceriffo che implorava aiuto ai cittadini, decidendo così di mettere in scena l’esatto opposto. Lo sceriffo John T. Chance interpretato da Wayne è una figura solitaria, un eroe che si avvale del solo aiuto di pochi fidati con cui instaura un solido rapporto umano ancor prima che lavorativo. A differenza dei western precedenti, come i classici di John Ford, Hawks costringe il genere a un cambio prospettico: non più la conquista di un territorio e la nascita di una nazione ma una comunità che cerca il proprio bene, dove la storia si ambienta tra poche case e senza sconfinati paesaggi. Inoltre, il personaggio femminile, Feathers mostra per la prima volta una donna sessualmente consapevole e non completamente soggiogata al potere dei personaggi maschili, ribaltando il rapporto tra i sessi. In conclusione, Rio Bravo è un film silenzioso, che si prende diversi momenti per soffermarsi sui personaggi: una scena, che oggi verrebbe tagliata per rendere il film più fluido, come quella in cui John T, Colorado e Dude cantano, dimostra ancora una volta l’intento di Hawks, ribaltare la prospettiva del genere e ribadire che al centro ci sono le persone e non il mondo.

Hawks riuscì a intercettare la tendenza del pubblico americano, nobilitando il cinema più popolare. Attraverso un montaggio invisibile, sceneggiature con dialoghi serrati e una morale che risuonava nel pubblico, riuscì a trovare una propria cifra estetica e linguistica che lo rese un punto di riferimento per il panorama cinematografico americano e non solo. Jacques Rivette affermava: «Hawks incarna le qualità più alte del cinema americano, è il solo regista americano che sa trarre una morale». Seguendo questa vocazione riuscì a creare un modello produttivo ibrido, anticipando la figura del moderno regista-produttore.
Era considerato un regista dalla firma invisibile, capace di portare lo spettatore in un nuovo stato di immersione durante la visione del film in sala grazie a movimenti di camera equilibrati e non invadenti. Sceglieva con cura i primi piani delle sue storie in modo da veicolare informazioni precise e importanti attraverso poche azioni e dialoghi incalzanti. In particolare, la sovrapposizione delle voci risultò un elemento dirompente all’epoca, dimostrando anche la sua capacità nella direzione attoriale e nel senso del ritmo; usando le parole di Morando Morandini: «Esistono registi di cui si può dire, come di certi scrittori, che non hanno uno stile, almeno evidente, ma che ci fanno entrare in un mondo. Il ritmo dei film di Hawks – o di Rohmer – è il loro stile».
In grado di muoversi tra i vari ruoli del cinema, Hawks scelse di non legarsi a grandi case di produzione come MGM o Warner Bros, risultando ciò che oggi chiameremmo freelance: firmava contratti con diverse case di produzione, prima di creare successivamente la propria Howard Hawks production. In questo modo era in grado di tutelare la propria sensibilità artistica avendo anche il controllo sulla scelta degli attori e il final cut del film. Hawks riuscì a usare specifiche dinamiche produttive per favorire il suo modo di fare cinema arrivando a una chiarezza narrativa e una sensibilità riconoscibile che diventava subito sintomo di rispetto e riconoscibilità il per il pubblico.

All’inizio degli anni Cinquanta, con l’ingresso della televisione nelle case americane, Hawks rimase saldo sul valore dell’esperienza cinematografica: sosteneva con forza che i suoi film dovessero essere visti al cinema per poterne fare l’esperienza migliore, specialmente i western. una considerazione a dir poco attuale. Certo, i tempi son cambiati: Hawks affermava che la televisione rimpiccioliva l’immagine e l’intensità con i personaggi. Oggi si può forse ovviare a questo problema grazie ai moderni schermi e agli impianti audio sempre più performanti, ma rimane una questione cardine del problema: l’esperienza è determinata esclusivamente dalla modalità di fruizione? La nostra percezione dell’esperienza cinematografica è completamente cambiata e diverse sono le implicazioni, da un sistema produttivo in crisi che impatta le sale, alla mobilità della piattaforma, e molto altro. Dovremmo ricordarci della forza del rito collettivo come luogo di trasformazione, che come tale, non può avvenire da fermi. Hawks riassume perfettamente questo concetto: «Il mio lavoro è raccontare una storia. Sono immagini in movimento, facciamole muovere!» Ecco, basterebbe ricordarsi di muoverci con loro e con i protagonisti invece di rimanere fermi; mentre i personaggi entrano in scena anche noi attraversiamo una soglia: la porta della sala; e mentre escono, noi usciamo nel mondo con loro. Insieme, sempre in movimento.
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