Apenas Coisas Boas di Daniel Nolasco

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Apenas Coisas Boas di Daniel Nolasco

Apenas Coisas Boas di Daniel Nolasco, presentato in concorso al 41° Lovers Film Festival, è un oggetto cinematografico affascinante e irrisolto, sospeso tra elegia sentimentale e sperimentazione narrativa. Più che raccontare una storia, il film sembra voler abitare uno stato d’animo: quello di un amore che sopravvive alla perdita trasformandosi in eco, traccia, memoria.

Fin dalle prime immagini, l’opera si impone per una messa in scena raffinata. La fotografia è delicata, quasi tattile, e accompagna un ritmo volutamente dilatato che sfiora l’ipnosi. L’apertura, ambientata nel Brasile del 1984, introduce il motociclista Marcelo (Liev Carlos), figura enigmatica che attraversa il paesaggio come un’apparizione. L’incidente improvviso che lo scaraventa fuori strada rompe questa quiete sospesa e lo consegna alle cure di Antonio (Lucas Drummond), cowboy solitario. Da qui nasce una relazione fatta di gesti minimi, quotidianità condivisa, corpi e silenzi: caffè preparati lentamente, latte appena munto, sguardi che sostituiscono le parole.

È nella prima metà che Apenas Coisas Boas trova la sua dimensione più compiuta. Il melodramma queer brasiliano si declina qui in chiave rurale, dove il paesaggio diventa estensione dei corpi e dei sentimenti. L’amore tra Marcelo e Antonio è tenero ma fragile, costantemente minacciato da un contesto ostile fatto di omofobia e violenza latente. Quando questa irrompe, lo fa in modo brusco e devastante, portando il racconto a un apparente punto di chiusura.

Eppure, il film non finisce. O meglio,F ricomincia. La seconda metà della pellicola si apre come un’opera diversa, quasi aliena rispetto a ciò che l’ha preceduta. Un uomo più anziano (Fernando Libonati), che sembra essere una versione futura di Antonio, emerge da un fiume e si ritrova in un contesto urbano, immerso in una trama misteriosa legata alla scomparsa di Marcelo. Qui il film abbandona ogni linearità per addentrarsi in una dimensione ambigua, fatta di simboli e interrogativi senza risposta.

Questo scarto strutturale è al tempo stesso il gesto più audace e il limite più evidente dell’opera. Da un lato, Nolasco costruisce un discorso affascinante sulla memoria queer, sulla perdita e sulla solitudine degli uomini gay anziani, suggerendo che ciò che resta dell’amore non è una narrazione ordinata ma un insieme di frammenti discontinui. Dall’altro, la frattura tra le due parti risulta stridente; i personaggi cambiano volto, le motivazioni si fanno opache, i fili narrativi si moltiplicano senza trovare una vera ricomposizione.

Questa seconda parte introduce nuove figure – una domestica enigmatica, un assistente ambiguo – e accumula indizi che non portano a una soluzione, ma a un ulteriore smarrimento. Lo spettatore è lasciato in uno stato di sospensione, diviso tra frustrazione e fascinazione. La voce fuori campo, sotto forma di lettera, amplifica tale sensazione e, più che spiegare, sembra provenire da un altrove psichico, come se tutto ciò che vediamo fosse il residuo di un mondo già perduto.

Nonostante queste criticità, Apenas Coisas Boas resta un film visivamente potente. La natura che invade gli spazi, la casa che si deteriora, il vuoto della campagna: tutto contribuisce a costruire una metafora silenziosa della cancellazione delle storie queer, della loro fragilità e della loro resistenza nella memoria. Il desiderio attraversa il film, ma raramente trova una forma compiuta; rimane piuttosto un’energia diffusa, un’assenza che pesa quanto una presenza.

Il titolo stesso rivela la sua ironia nel corso della visione: le cose buone sono quelle che fanno male, che segnano, che restano. Nolasco firma così un’opera imperfetta ma sincera, capace di colpire più per le sue immagini e intuizioni che per la sua coesione narrativa. Un film che si guarda come si sfoglia un album di ricordi: incompleto, disordinato, ma impossibile da ignorare.

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Pubblicato il:

19 Aprile 2026

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