Hamnet di Chloé Zhao

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Agnes (Jessie Buckley) è rannicchiata tra le radici di un vecchio albero, immersa in un bosco che sembra respirare all’unisono con lei. La luce filtra tra i rami, un falco sorvola il cielo, il vento muove le foglie e ogni minimo gesto diventa un rapporto tra corpo e natura. In questi primi minuti di Hamnet, Chloé Zhao introduce la protagonista della storia nella sua essenza: corporea, radicata nel mondo che la circonda e in sintonia con esso. I rossi e i marroni dei suoi vestiti dialogano con la materialità del paesaggio, mentre William Shakespeare (Paul Mescal) appare nei blu e nei grigi dei suoi spazi interni, suggerendo già visivamente le divergenze tra due modi di vivere la vita e, conseguentemente, il dolore. Spesso a Londra per lavoro, impegnato a costruirsi una carriera come autore di tragedie e commedie, il drammaturgo partecipa a distanza alla vita familiare. Il film, trasposizione dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, intreccia gli affetti familiari di Shakespeare, Agnes e dei loro tre figli – Hamnet (Jacobi Jupe), sua gemella Judith e la maggiore Susannah –, illuminati dalla vivace presenza dell’unico erede maschio, prima che la tragedia arrivi a scuotere il loro mondo.
Quando la perdita colpisce, Hamnet mostra come il dolore si manifesti in due forme profondamente diverse. Agnes lo vive immediato e corporeo, profondamente legato alla quotidianità della casa e della terra: il lutto diventa gesto, respiro, presenza tangibile e primordiale. William, al contrario, lo affronta interiormente, trasformandolo in riflessione e creazione; il poeta veste il ruolo di psicopompo, la guida delle anime dei defunti, e trova nel suo Hamlet un contenitore in cui la memoria del figlio può continuare a esistere. L’opera diventa così spazio in cui ciò che manca nella realtà sopravvive nella parola e nella scena: Agnes percepisce che Hamnet continua a vivere attraverso l’arte e che l’amore non viene annullato dalla perdita. La tensione tra il dolore immediato e fisico di Agnes e quello meditato e creativo di William è il vero cuore emotivo del film, mostrato con delicatezza e lasciato respirare, senza mai spettacolarizzare la tragedia.
Il mito di Orfeo e Euridice emerge come un’eco delicata e simbolica: il gesto di guardare chi si ama, di riconoscere la presenza nell’assenza, si manifesta in alcuni sguardi tra William, Hamnet e Agnes. Non è mai il centro della storia, ma un richiamo sottile alla connessione tra vita e morte. La natura, sempre viva attorno ai personaggi, amplifica queste emozioni: radici, foglie, api che infestano il tronco di un albero, vento e acqua diventano estensioni dei corpi e de sentimenti, misurando lo spazio tra ciò che è presente e ciò che non lo è più, tra assenza e sopravvivenza. Le api, in particolare, aggiungono un ulteriore livello di lettura: il loro ronzio, inizialmente segno di vita, suggerisce al contempo la minaccia della peste. Quando la malattia colpisce, il loro sciame si fa inquieto, specchio della distruzione che penetra nella casa degli Shakespeare. La loro presenza ricorda come la natura sia parte della vita ma anche testimone dei pericoli, acuendo la tensione emotiva e la fragilità dell’esistenza.
Hamnet racconta così il potere dell’arte di dare culla al dolore. La perdita diventa esperienza condivisa, memoria che trova spazio nella scrittura e nel teatro. Hamnet, pur scomparso, rivive nell’opera del padre, e Agnes ha la possibilità di osservare questa continuità, di percepire che l’amore non viene annullato dalla morte, ma trasformato in creazione. Zhao dirige con attenzione a pause, sguardi e gesti, costruendo un cinema in cui natura, vita e arte dialogano e si sostengono a vicenda. La pellicola mostra che il lutto non scompare, ma può trovare un posto in cui essere accolto, misurato e ricordato. Alla fine, quando tutto ciò che poteva essere espresso ha trovato il suo respiro e la sua dimensione, rimane solo ciò che non può essere né contenuto né spiegato: «il resto è silenzio».
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