Send Help di Sam Raimi

Diretto da
Starring
Dopo essersi sentito forse troppo stretto nella gabbia dorata del Marvel Cinematic Universe, Sam Raimi torna alle sue origini più anarchiche con Send Help (2026), divertendosi e divertendo con puro cinema di genere: sguaiato, libero e pungente. Linda (Rachel McAdams) e il suo dispotico capo Bradley (Dylan O’Brien) sopravvivono a un disastro aereo trovandosi soli su un’isola sperduta della Thailandia. Quella che appare come la premessa di un classico survival movie, nelle mani di Raimi deraglia in una commedia horror, capace di giocare con le certezze del pubblico.
La dinamica più interessante dell’opera, infatti, non è la sopravvivenza fisica, ma lo spostamento del giudizio che costringe lo spettatore a ridefinire costantemente il ruolo del “villain”. Se l’incipit ci inganna con una ripartizione netta – lui tiranno corporativo, lei vittima in cerca di rivalsa – il tempo trascorso sull’isola produce un’escalation di ambiguità. Tra omissioni di soccorso, sabotaggi reciproci e gesti che superano ampiamente il limite della legittima difesa, il confine tra vittima e carnefice si dissolve. Il dubbio che accompagna fino ai titoli di coda non riguarda tanto la sincerità di una tregua (che appare impossibile fin dal principio), quanto una domanda scomoda rivolta a chi guarda: fino a che punto siamo disposti a giustificare la ferocia pur di vedere trionfare chi appoggiamo?
Il film dialoga apertamente con il filone del naufragio come laboratorio sociale, dove la natura azzera le gerarchie urbane. Se in Triangle of Sadness (2022) o nel cult Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) le competenze pratiche sovvertono l’ordine di classe – al contrario dell’immobilismo del Selvaggi (1995) di Vanzina – Raimi compie un’operazione ulteriore: la totale de-erotizzazione del conflitto. Il desiderio sessuale, introdotto dai vagheggiamenti di Linda su un inverosimile flirt, rimane un fantasma. I momenti di riavvicinamento davanti al fuoco e gli sguardi voyeuristici sono solo falsi indizi; non c’è spazio per l’eros, solo per il thanatos. L’abbraccio nella grotta non è un preludio romantico, ma un contatto gelido che si perde nel vuoto, negando ogni sviluppo sentimentale. Uomo e donna sono irrimediabilmente separati dalla loro stessa natura, in un film che tratta il tema di genere attraverso il cinema di genere, con segnali chiari (i riferimenti all’ex marito e la languida domanda da colloquio: «Fino a quanto sei disposto a spingerti per me?»), ma mai didascalici.
Sotto la scorza scanzonata, Send Help nasconde una satira feroce della cultura dell’apparire, del self-improvement e della performance. Raimi prende di mira la retorica dei (fuffa)guru motivazionali traslando le soft skills aziendali sul campo concreto della sopravvivenza (pesca, filtraggio acqua, costruzione ripari). Linda, appassionata del reality-competition Survivor, attua la propria ribellione spinta dalle necessità dell’isola, ma presto il mantra del “ognuno si salva da solo” si distorce nella sua accezione più oscura: un individualismo estremo che legittima l’eliminazione di qualsiasi ostacolo, umano o morale che sia, pur di prevalere.
Sul piano formale, il film è una dichiarazione d’amore al B-movie, esibita tramite l’uso volutamente posticcio del digitale e di sequenze sopra le righe. Eppure, nonostante l’umorismo nero, Send Help non dimentica le radici del regista, lasciando spazio a pure incursioni orrorifiche che ci ricordano che l’isola è, prima di tutto, un luogo di morte. L’opera rivendica la propria natura di horror “leggero” ma intellettualmente vivace, sulla scia degli ultimi lavori di Landis (Ladri di cadaveri – Burk & e Hare, 2009) e Dante (Sotterrando la mia ex, 2014), o del recente The Monkey (2025) di Perkins.
Il finale, impreziosito da un twist strutturale che occhieggia alle geometrie narrative di M. Night Shyamalan – quasi a ricordarci che certi meccanismi di tensione non invecchiano mai, a differenza dei protagonisti di Old –, rompe definitivamente la quarta parete. Con l’ultimo sguardo in macchina che chiama in causa noi spettatori, il film ci lascia soli a decidere se assolvere o condannare, mentre l’immancabile cameo di Bruce Campbell appone il sigillo di garanzia sul ritorno del vero Sam Raimi.
Pubblicato il:
Tag:
Consigliati per te
La lista dei film più attesi del 2026 secondo la redazione di Strade Perdute Magazine
Con 'Hamnet' Zhao trasforma il dolore in poesia viva: Shakespeare custodisce suo figlio nell'Amleto, dove la perdita diventa memoria.
Josh Safdie firma un biopic sportivo elettrico con un Timothée Chalamet totalizzante. "Marty Supreme" non sta mai fermo. Nemmeno quando servirebbe.







