No Other Choice di Park Chan-wook

Diretto da
Starring
In un sistema capitalistico, cos’è un uomo senza il suo lavoro? È questa la provocatoria domanda che, tra un omicidio e l’altro, permea la nuova commedia nera del maestro coreano Park Chan-wook. Il caos perfettamente orchestrato di No Other Choice – Non c’è altra scelta rivela una slapstick comedy travestita da thriller.
La trama ruota attorno a Man-su (Lee Byung-hun), un perito cartario che viene licenziato a seguito dell’acquisizione di una piccola azienda da parte di un conglomerato americano. L’uomo passa i successivi mesi – che rischiano di trasformarsi in anni – tentando di trovare un nuovo lavoro, preferibilmente identico al precedente.
Anche la sua famiglia perfetta, faticando a pagare il mutuo della loro bellissima e irrinunciabile villa, deve adattarsi alla nuova situazione economica: la moglie Mi-ri (Son Ye-jin) torna a lavorare, i figli rinunciano alle lezioni private, i cani vengono portati dai nonni e ogni agio medio-borghese – seconda auto, riviste di giardinaggio, abbonamenti a piattaforme di streaming, lezioni di danza e tennis – deve essere sacrificato.
Ma Man-su non può accettarlo. Per lui ogni rinuncia è sintomo di fallimento personale, un attacco alla sua mascolinità e al suo padroneggiante ruolo di pater familias. A ogni stressante colloquio incontra gli stessi candidati: uomini uguali a lui, ma forse meglio di lui. Così Man-su si convince che per ottenere l’agognato “posto di lavoro perfetto” e ristabilire lo status quo, non ha altra scelta che eliminare la concorrenza.
No Other Choice è un’assurda satira sociale sul cannibalismo di classe, dove un uomo, per rivendicare la propria umanità, non può che uccidere i suoi pari. Non c’è altra scelta. Molti altri film di Park – Oldboy (2003), Thirst (2009), The Truth Beneath (2016), Mademoiselle (2016), Decision to leave (2022) – mostrano i risentimenti di uomini condotti dalla disperazione verso i più oscuri, detestabili e spesso disgustosi estremi.
La sua ultima opera, tuttavia, mette in scena anche il patetico vergognarsi di un uomo incapace di accettare la propria fragilità, chiedendo al pubblico se essere spinti da ostinazione e avidità sia davvero sostenibile, o se l’arrendersi e l’accontentarsi non sia invece la scelta più proficua.
Nel film la violenza non inizia con lo spargimento di sangue, ma con la brutalità del licenziamento stesso. In coreano “venire licenziati” può essere espresso con il gergo “essere decapitato”, evidenziando come in questa società l’identità individuale coincida con il proprio mestiere (un uomo, sua moglie e i figli si presentano dicendo cognome, nome e occupazione del capo famiglia).
Man-su è quindi un uomo che, lesa la sua dignità, si sente come se fosse stato violentemente aggredito, ormai è solo un corpo senza scopo né direzione. La sua conformità alla visione patriarcale e consumistica lo rende spaesato non appena viene sbalzato fuori dai binari sicuri del “come un uomo perbene dovrebbe vivere”. Così, per riacquistare un falso senso di controllo e mascolinità, decide di costruirsi una strada e un modus operandi personali, cercando di piegare il sistema come un bonsai da rimodellare secondo il proprio volere.
Sulla carta, No Other Choice si presenta come una storia lineare e semplice, ed è infatti l’opera più convenzionale del regista. Eppure Park Chan-wook non ci priva dei suoi eleganti stilemi, facendo anzi pieno sfoggio della sua maestria tecnica.
Sin dall’acquisizione nel 2009 dei diritti del romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake, il regista ha tentato per quindici anni di adattare questa storia cupa portandola alla luce nella spietata competitività della società coreana contemporanea. Durante questo lungo periodo di gestazione del film, Park ha accumulato moltissime idee e spunti visivi originali. No Other Choice, infatti, è un’opera ricca di inventive: fotografia impeccabile e inquadrature con angolazioni ardite, progettazione del suono precisa e incisiva, musiche incalzanti e un montaggio dal ritmo serrato con delle transizioni ingegnose che non possono che strabiliare il pubblico.
Il regista crea immagini complesse di grade significato, capaci di risultare al contempo tragiche, commoventi e assurdamente divertenti. Una cornucopia visiva fatta di scelte sofisticate, dove ogni elemento filmico si incastra così perfettamente da far credere che non potesse esserci altra scelta che girare questa folle vicenda esattamente come la vediamo.
A coronare il quadro, Park ha voluto nuovamente collaborare con due dei più stimati e richiesti attori del cinema coreano, Lee Byung-hun e Son Ye-jin. Lee offre per la prima volta una performance puramente fisica, portando ogni emozione al suo limite espressivo, così da incarnare perfettamente lo stile grottesco del film. Con il suo spaventato passo goffo e i suoi tic nervosi, Man-su diventa un “Buster Keaton omicida” perso nelle insensatezze del suo mondo irreale. È quindi grazie al naturalismo della performance di Son che riusciamo a ritornare con i piedi per terra. Ogni apparizione della devota moglie Mi-ri, con il suo sguardo intenso e la sua ferma presenza, calmano sia il pubblico che il protagonista, concedendo a ogni sua assurda, incredibile azione di ancorarsi nel reale.
Presentato all’82ª Mostra Internazioneale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, l’ultimo magnum opus di Park Chan-wook è senza dubbio un’esperienza da vivere assolutamente sul grande schermo, dove non potrà che riscuotere un successo annunciato. Non c’è altra scelta.
Pubblicato il:
Tag:
Consigliati per te
Sirāt si impone come un’opera visivamente potente e capace di incidere sui sensi, ma fatica a tradurre tale impatto in un solido discorso critico.
Park Chan-wook torna a meravigliarci con le divertenti e violente assurdità di 'No Other Choice'.
Strade Perdute esce con un nuovo numero sei dal tema Viaggi!






