La Sposa! di Maggie Gyllenhaal

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La Sposa! di Maggie Gyllenhaal

Se nel romanzo di Mary Shelley il dottor Frankenstein assembla parti di cadaveri per dare vita alla sua creatura, Maggie Gyllenhaal compie un’operazione sorprendentemente simile con La Sposa!. La regista raccoglie generi, immaginari e riferimenti culturali diversi come fossero parti di un corpo cinematografico da rianimare. Il risultato è un film che vive proprio di questo assemblaggio: a tratti geniale, a tratti eccessivo, ma sempre affascinante nella sua ambizione.

Il secondo lungometraggio di Gyllenhaal arriva nelle sale in un momento topico. Da una parte sembra entrare in dialogo con il Frankenstein (2025) di Guillermo del Toro; dall’altra sembra quasi rispondere, per contrasto, all’uscita di Wuthering Heights (Emerald Fennell, 2026), come se la settima arte stesse improvvisamente tornando a interrogarsi sulle grandi storie d’amore tormentate. In questo senso, La Sposa! appare incredibilmente puntuale, presentandosi come un contendente inatteso nella sfida per la romance più selvaggia dell’anno.

Il punto di partenza dichiarato è però un altro: La moglie di Frankenstein (James Whale, 1935), seguito del celebre Frankenstein del 1931, sempre diretto da Whale e tratto dal romanzo di Mary Shelley. In quel classico dell’orrore, la sposa appare per appena due minuti, senza pronunciare una parola. È proprio tale assenza ad aver incuriosito Gyllenhaal, spingendola a immaginare cosa quel personaggio potesse pensare o provare. Anche Jessie Buckley, interprete della nuova Sposa, ha sottolineato come l’impatto visivo dell’interpretazione di Elsa Lanchester rappresenti il “precipizio” da cui il film decide di affacciarsi. Il prologo esplicita subito questa operazione di riscrittura metanarrativa: lo spettro di Mary Shelley racconta di come la malattia le abbia impedito di scrivere il seguito delle vicende del mostro, e di come ora possa finalmente rimediare a quell’opera rimasta incompiuta.

L’azione si sposta nell’America degli anni Trenta. Il mostro di Frankenstein (Christian Bale), ormai ultracentenario, ha accumulato nel corso dei decenni un patrimonio sterminato di nozioni, informazioni e memoria storica. Ma questa conoscenza resta paradossalmente teorica: un sapere vastissimo che non si è mai trasformato in esperienza diretta con le altre persone, lasciandolo in una condizione di radicale estraneità rispetto a molte delle cose che definiscono l’umanità. La solitudine che ne deriva diventa quindi insopportabile e lo spinge a tentare ciò che il suo creatore aveva fatto un secolo prima, ovvero replicare l’esperimento della vita artificiale. Per farlo, la creatura si rivolge alla dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening).

La scelta della futura compagna ricade su Ida, una donna mentalmente instabile, invischiata in dinamiche criminali e vittima di quel mondo di delinquenza. L’esperimento riesce e da questo successo prende forma il nucleo narrativo del film. È qui che l’opera rivela la sua natura più peculiare. Come se stessimo osservando le diverse parti che compongono un essere vivente, Gyllenhaal costruisce La Sposa! come un assemblaggio cinematografico. Ogni elemento sembra provenire da una tradizione diversa, ma tutti contribuiscono alla vitalità della stessa entità. Il film mescola musical, noir, horror e melodramma, trasformando la storia in una variazione sul mito della coppia di fuorilegge.

Tra le influenze dichiarate è presente Bonnie and Clyde (Arthur Penn, 1967), evidente nella trasformazione della coppia protagonista in una variante mostruosa dei celebri criminali. Christian Bale ha invece indicato riferimenti come Wild at Heart (David Lynch, 1990) e Sid & Nancy (Alex Cox, 1986), sottolineando però una differenza decisiva: qui non è il “Sid” della storia a dominare la scena, ma la sua “Nancy”. La Sposa diventa il vero, magnetico centro gravitazionale del racconto.

L’estetica retro-futuristica degli anni Trenta, invece, guarda esplicitamente a Metropolis (Fritz Lang, 1927), soprattutto nelle sequenze di danza e nei momenti più visionari. Gyllenhaal ha raccontato di aver riguardato il capolavoro espressionista riflettendo sulla prospettiva di un uomo che riporta in vita una donna, una dinamica che nel suo La Sposa! viene inevitabilmente ribaltata e interrogata. Non a caso la regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film “pop” e “hot”, accentuando volutamente il lato sgargiante e anacronistico dell’immaginario visivo. La scena della creazione di Ida prende invece ispirazione dai primissimi secondi di Persona (Ingmar Bergman, 1966): quell’improvviso accendersi della luce che Gyllenhaal ha definito “curiosamente erotico”, e quindi sorprendentemente vicino all’idea stessa della creazione della vita.

Altre suggestioni emergono lungo il percorso: l’eco della Sposa di Kill Bill (Quentin Tarantino, 2003), anch’essa “rinvigorita”, e la presenza dello spettro di Mary Shelley, che appare alla protagonista con una funzione simile a uno spirito guida. Una figura per certi versi non lontana dal coniglio di Donnie Darko (Richard Kelly, 2001) – pellicola in cui Maggie Gyllenhaal recitava accanto al fratello Jake, che qui viene diretto dalla sorella nel ruolo di Ronnie Reed, l’idolo di Frankenstein. La sua messa in scena, tuttavia, ricorda piuttosto l’impostazione teatrale di Bronson (Nicolas Winding Refn, 2008), nelle sequenze in cui il protagonista interrompe la narrazione per rivolgersi direttamente al pubblico. In questa spirale di violenza e amore fuori controllo affiora, infine, anche il riferimento più evidente a Natural Born Killers (Oliver Stone, 1994), riscontrabile nella furia, nella psichedelia visiva e nell’energia distruttiva della coppia.
A questo vertiginoso assemblaggio si aggiunge anche un rimando inatteso a Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974). La passione del mostro per il ballo – già legata al vaudeville nel film di Brooks – riemerge qui come una vera e propria ossessione, tanto da far sembrare La Sposa! quasi un improbabile sequel spirituale di quella parodia.

Da questo intreccio di influenze emerge un discorso tematico decisamente ampio. Il film tocca questioni classiche del mito di Frankenstein – l’emarginazione, il rapporto tra creazione e responsabilità morale, l’arroganza di invertire il percorso naturale tra vita e morte – filtrandole attraverso un immaginario che mescola elementi pulp, noir e melodrammatici. Il percorso della Sposa, invece, finisce per assumere i contorni di un vero e proprio manifesto femminista: le donne iniziano a riconoscersi nella figura del “mostro assassino” e a ribellarsi al sistema patriarcale che le opprime. È un approccio coerente, che mostra come questo tema possa essere affrontato con immaginazione e consapevolezza, evitando alcune delle semplificazioni che hanno caratterizzato tentativi recenti come Barbie (Greta Gerwig, 2023).

A rafforzare questo abbattimento del male gaze emergono infatti altre due figure femminili decisive accanto alla protagonista: la stessa dottoressa Euphronious – che Frankenstein inizialmente crede essere un uomo – e Myrna Malloy (Penelope Cruz), segretaria del detective Jake Willes (Peter Sarsgaard), che finisce per rivelarsi più decisiva di quanto il mondo maschile e maschilista della storia sia disposto ad ammettere.

Dal punto di vista stilistico, Gyllenhaal dimostra spesso intuizioni visive straordinarie, come l’idea di dare alla Sposa un segno iconico sul volto, paragonabile alle celebri cicatrici del Mostro. Tuttavia la stessa abbondanza diventa talvolta il suo limite: l’accumulo di stimoli e influenze rende l’opera a tratti sovraccarica, mentre alcune scelte attoriali risultano dissonanti rispetto al tono delle scene, creando scompensi in cui l’equilibrio del racconto vacilla pericolosamente.

Alla fine La Sposa! prende davvero vita. Proprio come la protagonista rigurgita l’eccesso che si tramuta nella sua iconica macchia, anche il film lascia riaffiorare i segni della propria esuberanza: tracce di una materia in ebollizione, di una creatura viva, brillante, imperfetta e impossibile da tenere completamente sotto controllo.

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Pubblicato il:

14 Marzo 2026

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