Il testamento di Ann Lee di Mona Fastvold

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La terapia dell’urlo è una pratica terapeutica che permette di rilasciare emozioni e traumi repressi attraverso grida e versi liberatori, agendo da catarsi psicosomatica. Duecento anni prima che questa tecnica trovasse basi scientifiche, gli Shakers la impiegavano inconsapevolmente come mezzo per elaborare dolori e fatiche in forma di estatica devozione religiosa.
Quando la regista e sceneggiatrice Mona Fastvold e il co-sceneggiatore Brady Corbet — freschi del successo di The Brutalist (2025) e Vox Lux (2018) — si sono imbattuti nella figura poco conosciuta della predicatrice Ann Lee, sono rimasti da subito affascinati dalla visione di società utopica promossa dalla sua setta quacchera e dall’approccio terapeutico delle loro danze votive.
Come suggerisce il titolo stesso, Il testamento di Ann Lee esplora il credo e la filosofia sociale della profetessa settecentesca che instaurò negli Stati Uniti la setta degli Shakers; i suoi seguaci consideravano la giovane Ann la seconda venuta di Cristo, un’incarnazione di Dio in vesti femminili.
Oltre all’unicità di essere guidati da una donna, questa celibe comunità predicava la totale uguaglianza tre i generi e le etnie, vivendo in congregazioni autosufficienti e utilitarie dove vigeva la condivisione dei beni e ogni membro era responsabile di tutti i lavori: dall’agricoltura all’edilizia in legno, dalla tessitura alle cucine e alle pulizie. Caratterizzati inoltre da pacifismo, neutralità politica e ripudio della violenza, gli Shakers si rifiutarono di combattere nella Guerra d’Indipendenza Americana, subendone pesanti conseguenze.
Tuttavia nel film, Madre Ann non è una stoica e paziente figura religiosa, bensì una madre in lutto per la prematura morte di tutti i suoi figli. Segnata da traumi fisici, violenza e fame, Ann Lee venne ospedalizzata per problemi di salute mentale e ripetutamente imprigionata per blasfemia.
Con un’interpretazione fisica e viscerale, Amanda Seyfried incarna in ogni suo movimento la disperazione e risolutezza di una donna che scelse di trasformare il proprio dolore — forse anche riconducibile a una psicosi postpartum — spingendolo all’estremità della catarsi spirituale e trovarne infine un senso. Incentrandosi su quest’aspetto, Fastvold ha reso questa biografia religiosa un film profondamente umano.
Per i Quaccheri Shakers pregare significava esternare i proprio peccati e pensieri più intimi, per poi rilasciare ogni tensione attraverso urla disperate e convulsioni tremanti (da cui il termine “Shakers”). Da questo atto purificatore nascevano canti e danze corali che potevano durare diverse ore. Nella manifestazione fisica della fede si perdeva il controllo del proprio corpo per offrirlo completamente al divino, in una forma espressiva non troppo dissimile dall’esorcismo coreutico-musicale del tarantismo.
La ritmica colonna sonora composta da Daniel Blumberg si integra in questo fervore rituale, incorporando gli strilli, i respiri pesanti, il sincopato battere dei piedi, lo scricchiolio delle assi del pavimento, il fruscio delle vesti e il suono delle mani che schiaffeggiano il petto per poi innalzarsi al cielo.
Ann Lee insegnava ai suoi adepti che tutte le sofferenze, pene e brutalità del quotidiano non sono mai invano, ma è anzi grazie al sacrificio che ci si avvicina a Dio. Un corpo e uno spirito logorati dal lavoro e dalle fatiche non potevano che esaurire ogni ultima energia in movimento, donando così il proprio dolore a Dio.
Nonostante le violenti ed esplicite scene che raffigurano il parto e la morte dei figli di Ann abbiano alzato qualche sopracciglio quando il film è stato presentato alla scorsa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, esse servono appunto a giustificare i deliri e urla che ne seguiranno. Anche se distanti nel tempo, nello spazio o perfino nella fede, il pubblico in sala è comunque condotto a empatizzare con questa visione disperata della religione, definita dalle fonti dell’epoca come “isteria collettiva”. Ne Il testamento di Ann Lee, infatti, la musica e i suoi suoni non lasciano mai lo schermo, e così la devozione non abbandona mai il corpo di noi spettatori.
Seppure la scelta di Mona Fastvold di raccontare l’origine di questa setta attraverso un musical dai testi e dalle melodie ripetitivi quanto una preghiera sia appropriata, il film non ne esplora pienamente il potenziale. Inoltre, alcune coreografie e intenti narrativi sembrano perdersi nella vicinanza con cui la camera insiste a mantenere con personaggi o nel buio di alcune scelte fotografiche.
Fin dalle sue prime note, Il testamento di Ann Lee ci trasporta in una biografia fatta di sentimenti e sensazioni, scordandosi però di delineare un profilo dettagliato della profetessa. Le prediche e le regole religiose rimangono vaghe, rendendo questo film in pellicola 70mm tanto esoterico e misterioso quanto l’ormai estinta setta degli Shakers.
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