Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire di Gus Van Sant

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Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire di Gus Van Sant

Esiste un filo sottile che separa vittima e carnefice, giustizia e vendetta. Un filo che attraversa il tempo, dall’attualità di Luigi Mangione al sequestro messo in atto da Tony Kiritsis nell’America degli anni Settanta. Ne Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire di Gus Van Sant, quel filo non è solo un congegno meccanico, ma il dispositivo che tiene insieme sofferenza privata e spettacolo mediatico, desiderio di risarcimento e, soprattutto, bisogno di essere visti.

Indianapolis, febbraio 1977. Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) ha un appuntamento alla società di mutui Meridian Mortgage Company e, non trovando il proprietario, prende in ostaggio il figlio, Richard Hall (Dacre Montgomery). Ha progettato ogni dettaglio: lega al collo dell’uomo un filo di ferro collegato a un fucile pronto a sparare al minimo movimento e avverte immediatamente la polizia. Trascina Richard per le vie della città alla ricerca di un’auto con cui rientrare a casa, trasformando il sequestro in una “sfilata” pubblica sotto gli occhi non solo delle forze dell’ordine che tentano di dissuaderlo, ma soprattutto delle prime telecamere.

Tony non vuole scappare, vuole essere ascoltato. Si percepisce come un giustiziere solitario, nutrito dall’immaginario televisivo dei cowboys, convinto di poter smascherare la vera natura di quelle società di mutui che definisce «il vero demonio del mondo». Si sente tradito, ingannato da un sistema che promette prosperità e produce soltanto debiti.

Accompagnato dalla voce del conduttore radiofonico Fred Temple (Colman Domingo), di cui Tony è fervente ammiratore, lo spettatore è trascinato attraverso continui slittamenti di punti di vista: schermi televisivi, dirette radiofoniche, telecamere che riprendono altre telecamere. Il montaggio alterna la messinscena principale a ricostruzioni che imitano il materiale d’archivio, replicando la grana sporca e la definizione del video anni Settanta. Ne nasce un cortocircuito continuo tra realtà e rappresentazione: il sequestro non si consuma soltanto nella casa di Tony, ma nello spazio dello schermo, dove accadimento e narrazione finiscono per coincidere.

Van Sant torna a rappresentare gli emarginati, coloro che sono stati illusi dal sogno americano e sono stati schiacciati dal potere del capitalismo. L’interpretazione di Bill Skarsgård ci restituisce un Tony non come uno spietato “cattivo”, ma un disperato che ha perso tutto e che, più di un risarcimento, pretende delle scuse. Nella sua goffaggine e ingenuità, il rapitore instaura con Richard una strana alchimia, costruendo una dinamica atipica, in cui i ruoli morali sembrano continuamente invertirsi. L’unico vero villain della storia è il Signor Hall, interpretato da un sempre pungente Al Pacino, simbolo del potere finanziario e del capitalismo più crudo: freddo, distante geograficamente ed emotivamente, più interessato a mantenere intatto il suo orgoglio che alla possibilità di salvare suo figlio.

Ne Il filo del ricatto, Gus Van Sant ricostruisce il sequestro senza esprimere giudizi, ma spostando l’attenzione dal gesto alla sua esposizione. Il processo giudiziario occupa poche scene, mentre quello pubblico domina l’intera durata del film, configurandosi come uno dei primi casi in cui il dolore diventa intrattenimento in tempo reale, anticipando la logica contemporanea della spettacolarizzazione costante.

Empatizzare con Tony o con Richard diventa un esercizio complesso, in cui le posizioni morali slittano e si sovrappongono. E mentre il film evita di dirci chi abbia ragione, ci costringe a interrogarci su un’altra responsabilità più scomoda: quella dello sguardo. Perché se Tony ha legato un uomo a un filo d’acciaio, la televisione ha legato entrambi a un racconto, trasformando il dolore in spettacolo e lo spettatore in giudice.

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Pubblicato il:

24 Febbraio 2026

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