Bowie: The Final Act di Jonathan Stiasny

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Bowie - The Final Act di Jonathan Stiasny

A dieci anni dalla scomparsa del Duca Bianco, Bowie: The Final Act prova a fare i conti con l’ultimo capitolo della vita di uno delle figure più enigmatiche e influenti della musica contemporanea. Presentato alla dodicesima edizione del SEEYOUSOUND International Music Film Festival, il documentario si concentra soprattutto sugli ultimi decenni della sua carriera, interrogandosi su come Bowie sia riuscito ancora una volta a trasformare una fase di crisi in un sorprendente rinascimento creativo. La sua intera parabola artistica, d’altronde, è sempre stata attraversata da un radicale senso di alterità. A lungo percepito come una creatura quasi aliena, un visitatore venuto da un altro pianeta – lo stesso immaginato nella sua Life on Mars? o incarnato nel mito dello “Starman” –, Bowie ha saputo osservare la cultura pop da una prospettiva obliqua, reinventando continuamente regole e strutture. Nel corso della sua carriera ha costruito identità, personaggi e narrazioni che sembravano appartenere a un universo parallelo, e proprio questa dimensione “extraterrestre” è diventata parte integrante della sua leggenda.

Il racconto prende avvio dalla fine degli anni Ottanta, con la fondazione dei Tin Machine nel 1988. Il progetto – oggi in gran parte rivalutato – fu accolto all’epoca con un muro di diffidenza: critica severa, pubblico tiepido e la sensazione che l’artista simbolo della reinvenzione avesse perso parte della sua spinta innovativa. Bowie però ha sempre difeso quell’esperienza, affermando più volte che insieme alla band ebbe finalmente modo di suonare la sua musica, senza compromessi. La fondazione del gruppo fu un passaggio fondamentale, permettendogli di ritrovare il desiderio di sperimentare dopo la lunga parentesi più commerciale iniziata con Let’s Dance (1983) e proseguita per gran parte degli anni Ottanta. Nonostante questo ritrovato entusiasmo, gli anni Novanta si rivelarono un periodo particolarmente difficile. I concerti faticavano a riempirsi, le recensioni erano spesso impietose e sembrava che Bowie, dopo aver anticipato e ridefinito interi linguaggi musicali, stesse inseguendo un panorama sonoro ormai più veloce di lui. Eppure, il documentario suggerisce che proprio quella fase di smarrimento sia stata fondamentale per la sua evoluzione artistica: un momento di transizione necessario per rimettere in discussione la propria identità. Il trionfale concerto di Glastonbury del 2000 diventa così uno snodo simbolico del documentario, il momento in cui Bowie riconquista definitivamente il pubblico, consacrando una centralità culturale destinata a rimanere immortale.

Attraverso una serie di testimonianze – musicisti che hanno collaborato con lui, amici, giornalisti musicali – il film costruisce un ritratto sfaccettato e sorprendentemente umano. Non si tratta di un’agiografia: alcune delle voci più interessanti sono proprio quelle che raccontano i momenti di fragilità. Il critico Jon Wilde, per esempio, ricorda con un certo rimorso la recensione durissima scritta ai tempi dei Tin Machine, rivelando quanto quella stroncatura avesse colpito profondamente Bowie. Il chitarrista Earl Slick parla invece della depressione con cui l’artista si trovò a confrontarsi negli ultimi anni, aggiungendo una dimensione più vulnerabile a una figura spesso percepita come distante e inafferrabile. Accanto a questi momenti emergono ricordi più leggeri e quasi surreali, come l’immagine di Bowie nei rave degli anni Novanta, immerso tra i clubber su una pista da ballo elettronica: una scena che racconta bene la sua curiosità inesauribile e il desiderio di restare in contatto con le trasformazioni della musica contemporanea.

Il titolo del documentario, The Final Act, suggerisce una chiave interpretativa dell’intero progetto: l’idea che Bowie sia riuscito a controllare la propria narrazione pubblica fino all’ultimo, trasformando persino la morte in un gesto artistico. La fase finale della sua carriera non appare tanto come un epilogo quanto come una sorte di resurrezione creativa culminata in Blackstar, pubblicato appena due giorni prima della sua scomparsa nel 2016. Oggi quell’album risuona sempre più chiaramente come un requiem concepito e orchestrato dal suo stesso autore, un’opera attraversata da simboli, addii e allusioni alla fine imminente. Nonostante una struttura a tratti dispersiva – con un montaggio che accumula materiali, digressioni e salti temporali – il documentario trova la sua forza negli ultimi minuti, quando la lavorazione di Blackstar e la consapevolezza della malattia restituiscono tutta la lucidità di un gesto definitivo. Al termine del suo viaggio resta la sensazione che Bowie abbia davvero diretto la propria uscita di scena come un’ultima performance, rendendo la conclusione della sua vita un atto creativo perfettamente coerente con la propria arte. Per questo, arrivati ai titoli di coda, tornano alla mente le sue parole: «I would love to feel that what I did actually changed the fabric of music». Ed è proprio così.

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Pubblicato il:

11 Marzo 2026

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