Un film può nascere per tanti motivi: interesse nel raccontare un determinato periodo storico, desiderio di esplorare un particolare tema sociale, oppure, come è stato per Tommaso Landucci, affrontare una propria paura. Diversi anni fa, Tommaso e sua moglie stavano provando ad avere un figlio. Come tutti i futuri genitori, però, non riuscivano a togliersi una domanda dalla testa: e se non fossi all’altezza? «I figli della scimmia è nato per sublimare questo timore» dichiara Landucci, regista e co-sceneggiatore insieme a Damiano Femfert.
Tra le diverse location piemontesi prende vita la storia di Dario (Riccardo Scamarcio), un padre che si trova diviso tra l’amore per suo figlio con disabilità e il forte legame con suo nipote. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi in cui, racconta Scamarcio, «il centro è ciò che i personaggi non si dicono. Tutto ciò che viene detto è un livello parziale di ciò che sta accadendo». Un dramma familiare sottile e delicato, il tutto arricchito da uno stile, secondo l’attore, «un po’ particolare»: una macchina tendenzialmente ferma, poche inquadrature e la scelta di girare in analogico. «Si possono fare poche cazzate, non esiste il “vabbè continua a girare”. La scena diventa sacra».
Ma perché I figli della scimmia? Ce lo racconta il regista: «Inizialmente il film si chiamava L’erede, perché i figli vengono spesso visti dai genitori come i propri successori. Per partecipare al Premio Solinas (poi vinto nel 2021), però, abbiamo dovuto dargli un titolo fittizio, così sono partito da una favola di Esopo, che racconta di una scimmia che ha due figli e ama intensamente uno e detesta l’altro. Nel finale, quello troppo amato finisce soffocato dalla cure della madre, mentre quello disprezzato cresce sano e forte. Da qui I figli della scimmia, perché a volte è meglio un titolo evocativo, che apre una porta per un sottotesto e porta a indagarsi, piuttosto che un titolo troppo chiaro».
Il cast comprende Fausto Russo Alesi, Lidiya Liberman, Tancredi Naldini e Andrea Aggio, ragazzo con disabilità che interpreta il figlio di Dario, al quale Scamarcio ha voluto dedicare qualche parola: «Con Andrea avvengono le stesse dinamiche che ci sono tra colleghi, ma il suo vero strumento è la comunicazione non verbale. Grazie a lui, anche io ho sviluppato questa disabilità-abilità, fondamentale nel gestire l’energia che si crea sulla scena. Lo amo come se fosse un figlio».
Il set de I figli della scimmia – prodotto da Lungta Film, Mosaicon Film e Lebowski in collaborazione con Rai Cinema – è un luogo in cui regnano l’amicizia e il supporto reciproco, ma anche dove avvengono piacevoli sorprese. «Per me la sceneggiatura è sempre stato un oggetto finito, ora mi rendo conto che non lo è minimamente. La complessità del film è solo evocata dalla sceneggiatura, il resto lo fanno gli attori. I personaggi che vedo in scena sono più ricchi di quelli che ho scritto», dice Landucci rivolgendo un sorriso al proprio cast.
Dopo cinque settimane di lavorazione tra location di provincia e capoluogo piemontesi – tra cui l’Ospedale San Lorenzo di Carmagnola, Moncalieri e il Parco del Valentino – non resta che attendere l’arrivo in sala per poter scoprire il risultato di questo delicato lavoro sulla fragilità genitoriale.
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