Scritto da

Federico Gobbo

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Missouri, interno palestra di una scuola media a St. Louis, anni ’80; è in corso una spietata partita di palla prigioniera. I capitani scelgono uno dopo l’altro i ragazzini più forti e cattivi, esattamente come insegnerebbe Patches O’Houlihan, il famigerato allenatore del cult Palle al balzo-Dodgeball (2004). A bordo campo c’è un ragazzo con gli occhiali da vista, impacciato e gracile. Mentre gli altri ridono, corrono e si contendono la palla, James Francis Gunn Jr rimane escluso.

Nonostante si tratti di pura invenzione, l’ambientazione rappresenta una situazione del tutto plausibile nella vita reale del futuro regista e ha il sapore di un sequenza che lui stesso potrebbe aver girato in un film semi-autobiografico. In questa immagine c’è già tutta la sua poetica: l’inizio della parabola di un outsider che, non venendo mai scelto, decide di passare la vita a creare squadre tutte sue, popolate da freak, criminali e alieni emotivamente instabili.

Cresciuto in una famiglia numerosa con cinque fratelli, in un ambiente cattolico-irlandese alquanto caotico (da lui stesso definito “disfunzionale”, in primis per i problemi di alcolismo del padre), James impara presto che i legami di sangue non sono tutto. La vera famiglia, a volte, te la devi inventare e per farlo ad alcuni bastano una videocamera Super8, qualche Zombie e tanto sangue finto. Da lì alla Troma Entertainment il passo è breve: nel 1995 Gunn fa il suo ingresso in quel leggendario covo di folli geni e finalmente il suo potenziale da “creatore di mondi” viene compreso. Qui la sua sensibilità si tramuta in un particolare superpotere autoriale, trasformare il grottesco in qualcosa di profondamente umano.

Questa peculiarità emerge già nel suo romanzo The Toy Collector (2000, ancora inedito in Italia), in cui il protagonista – un infermiere newyorkese non a caso chiamato come l’autore – inizia a rubare e spacciare farmaci dall’ospedale in cui lavora per soddisfare la propria costosa ossessione per i giocattoli vintage degli anni ’70. Il racconto, intriso di forti elementi personali, estremizza la nostalgia tossica e la paura di diventare grandi: in un’infanzia costellata di amici emarginati, episodi di bullismo e tensioni domestiche, possedere una action figure originale dei G.I. Joe non è un hobby, ma una questione di sopravvivenza emotiva. L‘alter ego di Gunn si rifugia nei giocattoli, un’oasi pura e geometrica e finalmente controllabile.

Fatti a somiglianza del loro creatore, i suoi personaggi dicono cose orribili, fanno battute da bar, sparano e uccidono, eppure sotto la scorza cinica nascondono la vulnerabilità di  cuccioli feriti. Ne è un esempio Super – Attento crimine!!! (2010): Frank Darbo – un uomo qualunque, tradito dalla moglie e depresso – decide di improvvisarsi supereroe armato solo di una tuta rossa e una chiave inglese. Violento e tragicomico, Gunn si prende gioco del mito del vigilante, ma tra le righe ci parla di solitudine e della fatica di sentirsi parte di qualcosa. Frank (alias ”Saetta Purpurea”) riuscirà a rimettere insieme i pezzi solo accettando l’impossibilità di una vita perfetta,  imparando a individuare (bellissima ed evocativa la parete dei ricordi) e valorizzare i momenti di felicità che l’esistenza gli concede. Gunn è fenomenale in questo lavoro di bilanciamento riuscendo a calibrare perfettamente la componente splatter e provocatoria (come nella scena in cui  dei bulli in cima ad una scalinata urinano in testa al protagonista) con quella più tenera e coinvolgente dal punto di vista umano.

Fuori dal grande schermo però, questa precisione viene meno, tanto che nel 2018 la sua natura da perenne provocatore gli si ritorce contro. Il riaffiorare di vecchi tweet oltraggiosi spinge la Disney, terrorizzata all’idea di macchiare la propria immagine family friendly, ad allontanarlo dal progetto Guardiani della Galassia. Gunn incassa il colpo e si scusa, ma senza rinnegare sé stesso, lasciando che il destino hollywoodiano faccia il resto. Il regista viene accolto dai rivali della DC Studios (di cui oggi è co-CEO e direttore creativo), realizza The Suicide Squad e la serie Peacemaker, per poi essere richiamato dalla Marvel per chiudere in trionfo la trilogia che aveva creato. Si tratta della rivincita definitiva, confermandolo un fenomeno capace di creare franchise miliardari  che tutti gli studios vogliono alla guida del proprio team.

A proposito di squadre , è proprio esplorando la sua formazione più iconica e vincente  iconica – I Guardiani della Galassia – che il tema della found family esplode in tutta la sua potenza, riunendo un ladro orfano, un’assassina dalla pelle verde, un guerriero che incapace di comprendere le metafore, un procione traumatizzato e un albero monosillabico. In questo universo, Gunn sembra quasi considerare impossibile la creazione di un rapporto sano tra genitori e figli: Peter Quill, orfano di madre (figura mai debitamente approfondita nella sua produzione) è conteso da due figure paterne disfunzionali tra cui dover scegliere; Gamora deve interfacciarsi con Thanos, un padre pronto a sacrificarla pur di realizzare il suo sogno di spazzare via metà dell’universo. A questo schema ricorrente di padri padroni fa eccezione solo Drax, papà amorevole ma brutalmente separato dalla sua famiglia.

Da queste macerie emotive, dunque, nasce una banda di reietti caotica ed eterogenea, il cocktail perfetto per un nuovo nucleo affettivo. Gunn mescola sapientemente umorismo scurrile, hit anni ’70, sparatorie spaziali e lacrime, mostrandoci che i suoi eroi non salvano l’universo per nobili intenti idealistici, ma perché hanno finalmente trovato qualcuno per cui valga la pena farlo. 

Questa tematiche – esplorate anche in The Suicide Squad e Peacemaker è il fil rouge che porta dritti a Superman (2025), dove nelle mani di Gunn l’alieno più potente dell’universo è in fondo il più grande outsider della Terra. Cresciuto da genitori adottivi che gli insegnano la gentilezza, questo Clark Kent (perfettamente incarnato dal volto di David Corenswet) dovrà capire se il proprio destino sia già scritto o se debba essere lui stesso a deciderlo, riecheggiando il messaggio de Il Gigante di ferro (1999) di Brad Bird (storia di un robot colossale che non a caso sceglie di ispirarsi proprio al kriptoniano): tu sei chi scegli e cerchi di essere. Il suo Superman non è una divinità distaccata e invincibile, ma una persona che ha bisogno degli altri e alla fine deciso a dimostrare che la sua vera famiglia non risiede nel DNA meta-umano, bensì in coloro che fin da piccolo gli hanno insegnato, e continuano a ricordargli, il valore delle proprie scelte. 

In questo suo approccio anticonvenzionale, Gunn si inserisce a pieno titolo nella tradizione dei grandi registi “del diverso”, condividendo affinità sia con il miglior Tim Burton – maestro nell’elevare l’emarginazione a virtù trasformando mostri in eroi poetici e antiborghesi (da Edward Mani di Forbice a Beetlejuice) – sia con Guillermo del Toro, celebratore della bellezza del grottesco (Il Labirinto del Fauno, La Forma dell’Acqua) per il quale gli outsider ibridi sono gli unici capaci di vera umanità. 

Alla fine il cerchio si chiude. Forse James Gunn non ha mai smesso di essere quel ragazzino escluso dal campo di palla prigioniera, preferendo semplicemente inventare terreni di gioco tutti suoi, dotati di regole nuove, dove sono i diversi a trionfare. E ci riesce perché, in fondo, siamo tutti un po’ come i suoi personaggi: disastrosamente imperfetti, talvolta volgari, ma disperatamente in cerca di qualcuno che ci scelga.

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Pubblicato il:

5 Agosto 2026

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