I biopic stanno spopolando nelle sale e sulle piattaforme da diversi anni ormai, diventando un genere molto apprezzato e discusso sia dalla critica che dal pubblico. Ma perché tutto questo successo e soprattutto, sono davvero così necessari?
Innanzitutto, un biopic è la trasposizione cinematografica – spesso romanzata – della vita di una o più persone realmente esistite e possono riguardare diversi ambiti come quello storico, sportivo, musicale e talvolta del cinema stesso. A differenza del documentario, nel biopic, gli elementi del racconto vengono rielaborati per suscitare emozioni nello spettatore, permettendogli di immedesimarsi maggiormente nella storia ed empatizzare quindi con il o i personaggi.
Qual è dunque la necessità odierna di recuperare storie passate per farle tornare in vita sotto gli occhi del pubblico tramite strumenti e attori odierni? Le spiegazioni sono molteplici: oltre al semplice aspetto divulgativo, in realtà i biopic sono un modo come un altro per attrarre il pubblico in sala. Funzionano perché sono storie di personaggi esistiti e conosciuti, perciò chi è intenzionato a vederli sa già a cosa andrà in contro; in più offrono un succoso sguardo sui retroscena delle loro vite, elemento chiave perché il pubblico riviva i loro beniamini o rivaluti e scopra personaggi che non conosceva, permettendo ad un pubblico di diverse fasce d’età – e quindi più ampio – di vedere i film. I biopic sono anche un modo per consacrare ad icone quelle che sono state figure importanti nel panorama culturale che conosciamo oggi, servendosi dell’aiuto di attori e attrici attuali per riportarli nuovamente in vita.
Come detto in precedenza, i biopic riscuotono molto successo al botteghino, oltre quello della critica, basti pensare a Gandhi (Richard Attenborough, 1982), Schindler’s List (Steven Spielberg, 1993) o ai più recenti Elvis (Baz Luhrmann, 2022) e Oppenheimer (Christopher Nolan, 2023). Molti di questi hanno anche ricevuto importanti premi e candidature come Bohemian Rhapsody (2018) che valse l’ambita statuetta a Rami Malek nel 2019 o Spencer (2021) che regalò la prima nomination agli Oscar a Kristen Stewart.
Bohemian Rhapsody di Bryan Singer è l’esempio lampante di biografia rielaborata. Il film, difatti, presenta diverse inesattezze storiche e temporali: le date d’uscita di molte canzoni sono diverse nel film, Mercury scopre di aver contratto l’AIDS dopo il Live Aid e non prima, i rapporti con la famiglia di Mercury sono stati distorti e la figura del frontman stesso viene caricata troppo. Inoltre, nel film il personaggio di Paul Prenter assume un ruolo molto più centrale rispetto a quanto avvenuto nella realtà: sebbene la sua influenza non sia stata positiva per il cantante, non fu lui a spingerlo a separarsi dal gruppo. Malgrado le inesattezze e le modifiche, la pellicola ebbe un riscontro positivo ricevendo quattro Oscar e diventando il biopic musicale con più successo nella storia del cinema, decretando leggende intramontabili Freddie Mercury, i Queen e la loro musica.
Questo tipo di rappresentazioni mirano a celebrare e far rivivere i loro protagonisti, anche e soprattutto con uno sguardo sulle loro vite private enfatizzando la drammaticità degli eventi a loro connessi, come vediamo nella trilogia di Pablo Larrain dedicata a tre donne forti che hanno plasmato l’immaginario collettivo del secolo scorso: Jackie (2016) , Maria (2024) e Spencer (2021). Proprio Spencer analizza il momento appena precedente all’hannus horribilis della monarchia britannica e vede la Principessa Diana alle prese con i continui crolli emotivi e nervosi durante le vacanze natalizie del 1991 a Sandringham: qui Diana viene perseguitata dal fantasma di Anna Bolena e ha come unica amica la sua dama di compagnia che la conforta a seguito dei continui litigi con Carlo, con il quale il matrimonio è ormai è agli sgoccioli. Anche in questo caso la realtà non rispecchia del tutto i fatti narrati, rendendolo quindi un falso biopic; per quanto vengano mostrate le difficoltà di Diana nell’adattarsi alle regole della famiglia reale e i suoi conseguenti problemi di salute mentale, l’intento di Larrain era però quello di raccontare la fiaba di una donna libera (da qui il titolo con solo il cognome Spencer) ispirata ad una tragedia realmente accaduta.
Numerosi sono stati i biopic realizzati proprio sulla Principessa Diana, non solo filmici, ma anche in formato televisivo, basti pensare alla pluripremiata serie Netflix The Crown (2016 – 2023) che ha creato un vero e proprio fenomeno mediatico attorno alla casa reale, andando a sviscerare la storia della famiglia Windsor dalla morte del Re Giorgio VI fino ad arrivare ai primi anni 2000. Nella serie che risulta essere molto accurata (specialmente nelle prime tre stagioni) dal punto di vista della messa in scena, è stato svolto un eccezionale lavoro di casting, dettaglio estremamente importante per confermarne il senso di veridicità. Le ultime stagioni, invece, sono state definite dalla critica come “finzione narrativa”: pur dando un’idea solo generale dei rapporti incrinati tra i familiari e con i media, ha ricevuto numerosi premi ed è stata acclamata ed approvata dai fan proprio per l’autenticità delle diverse interpretazioni immersive.
Anche l’ambito delle biografie sportive è molto apprezzato dal pubblico, permettendo di raccontare storie poco conosciute o di perpetrare i miti dei grandi campioni del passato come Race (Stephen Hopkins, 2016), basato sull’impresa olimpica di Jesse Owens, Pelé (Jeff e Michael Zimbalist, 2016) o Rush (Ron Howard, 2013), dedicato alla rivalità in Formula 1 tra Niki Lauda e James Hunt. Quest’ultimo è stato un film importante per lo sport, perché ha riportato sotto i riflettori la passione per i motori e rappresentato il mondo delle corse in modo realistico, avvincente e cinematografico, ammaliando gli spettatori.
I biopic inoltre possono anche essere metacinematografici, ovvero raccontare biografie degli stessi attori, attrici e registi come in Judy (Rupert Goold, 2019), The Aviator (Martin Scorsese, 2004) e Hitchcock (Sacha Gervasi, 2012). Anche in Italia sta riscuotendo successo questo genere, specialmente negli ultimi anni, con l’uscita nel 2025 di due importanti film come Duse e Anna che raccontano le vite di due delle più importanti attrici del cinema italiano.
Non tutti i film biografici sono però su persone scomparse, molti sono stati realizzati anche su personaggi ancora in vita come Tonya (Craig Gillespie, 2017), Rocketman (Dexter Fletcher, 2019) e Prova a prendermi (Steven Spielberg, 2002), con lo scopo principale di raccontare le loro storie di redenzione e creare un senso di vicinanza con il pubblico contemporaneo, offrendo un modello d’ispirazione.
I biopic per quanto promotori di giusti messaggi di rivalsa, stanno ormai diventando un fenomeno all’ordine del giorno, dominando le classifiche dei premi e generando profitto, ma al tempo stesso alimentano la crisi di idee che sta affliggendo Hollywood già da diversi anni, rischiando di trasformarsi in un circolo ripetitivo e stancante, più che in una vera celebrazione o tributo. Nell’attesa di scoprire se il nuovo e già discusso biopic su Michael Jackson sarà l’eccezione o l’ennesimo successo confezionato dagli studios, potrebbe interessarvi il SEEYOUSOUND Festival che si terrà al Cinema Massimo di Torino dal 3 all’8 marzo con un programma ricco di musica, biopic e documentari sull’ambiente musicale.
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