Decorado di Alberto Vázquez

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Decorado di Alberto Vázquez

El mundo es un maravilloso decorado, pero tiene un reparto deplorable

Presentato in anteprima italiana alla 26° edizione del TOHorror Film Festival, Decorado (2025) di Alberto Vázquez espande l’omonimo cortometraggio dell’autore spagnolo in un’opera ibrida e stratificata, capace di far confluire commedia nera, orrore e critica sociale.

In una metropoli dominata dalla megacorporazione A.L.M.A. – il cui quartiere generale ricorda beffardamente l’iconico castello simbolo della Disney – vive Arnold, un topo di mezza età, schiacciato dal suo stato da disoccupato e dal deteriorarsi della sua relazione con la moglie Maria. A seguito di una serie di tragici eventi, Arnold matura un’ossessione divorante, quanto inesprimibile: il mondo e le persone che lo circondano gli appaiono artefatti, innescando in lui la paranoia di essere perennemente osservato e manovrato.

L’intera impalcatura del film si regge sulla stridente collisione tra lo stile d’animazione – contraddistinto da un character design popolato di rassicuranti figure zoomorfe, palesemente debitrici dei primi corti dei fratelli Fleischer e della Golden Age disneyana – e la profonda gravità dei temi trattati. Questo contrasto fondativo innesca così uno scontro estetico e narrativo che, alimentato da un’affilata critica alla società contemporanea, mette alla berlina mali sistemici come la povertà, l’ossessione per la performatività e il controllo oppressivo esercitato dall’autorità.

Dal punto di vista tecnico, le animazioni colpiscono per la loro organica fluidità e toccano vette importanti nelle sequenze in cui il film vira verso atmosfere oscure e surreali, mentre il tratto di Vázquez conferma un’autorialità visiva matura, in assoluta continuità con i suoi precedenti lungometraggi.

L’opera riprende in maniera efficace il seme concettuale di The Truman Show (1998), immergendolo nel nichilismo soffocante di atmosfere kafkiane. Se tuttavia si volesse rintracciare un limite nella sua ambiziosa costruzione, questo risiederebbe in una densità narrativa a tratti gestita con fatica. La sceneggiatura tenta infatti la titanica impresa di far convergere la macro-denuncia delle aberrazioni capitalistiche con la micro-dissezione di una relazione di coppia al collasso, due focus che non sempre riescono a trovare un perfetto punto di equilibrio.

Proprio a causa di questa stratificazione tematica, nel terzo atto si avverte un eccessivo affastellamento di risoluzioni finali; eppure, tale saturazione risulta funzionale a restituire allo spettatore un senso di disillusione ancora maggiore. Il disvelamento conclusivo smaschera definitivamente la crudeltà dell’ingranaggio sociale: persino i mostri e i padroni del sistema sono pedine, pupazzi mossi da fili invisibili in un grande teatro dei burattini. Dinanzi all’ineluttabilità di questa prigione neanche il sentimento più autentico possiede il potere di liberarci veramente: la cantilena intonata dai personaggi del film, che si chiudono in un cerchio claustrofobico, accompagna i protagonisti verso l’accettazione di un mondo finto e immutabile.

Decorado evidenzia così la sua finzione scenica e fa calare il sipario lasciando in dote una raggelante verità esistenzialista. Siamo tutti gettati su questo immenso palcoscenico per un tempo indefinito – ma spesso più breve, in rapporto anni-minuti, rispetto alla durata del film: il nostro personale screen time (purtroppo o per fortuna) è inesorabilmente limitato. Neanche l’amore può salvarci: quando il fondale di cartapesta del mondo crolla, noi crolliamo con lui.

Tuttavia, pur nell’amarezza sconfortante del suo epilogo, Decorado suggerisce un flebile palliativo: esistono schegge di umanità (passioni e legami) che sebbene incapaci di sottrarci al copione dell’ineluttabile, riescono quantomeno a rendere meno invivibile e solitario questo nostro assurdo e fugace passaggio in scena.

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Pubblicato il:

24 Ottobre 2026

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