Balcanica di Nicola Sorcinelli

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Presentato quest’anno a Venezia durante le Giornata degli Autori, Balcanica (2026) di Nicola Sorcinelli è un film che testimonia le diverse sfumature della condizione umana e l’emergere di un rapporto legato dall’impotenza e dalla negazione per l’arte. L’esordio dell’autore italiano – noto già per il cortometraggio La confessione (2024), candidato ai David di Donatello – riporta qui un tema a lui molto caro: il viaggio. Quello migratorio, in questo caso, che si articola lungo la rotta balcanica e prende forma tramite il legame familiare e creativo di un padre (Babak Karimi), direttore d’orchestra, e il figlio (Ivar Wafaei), suonatore di tuba. Nel ritrarre due anime costrette a fuggire dal proprio paese dopo la proibizione di qualsiasi forma musicale, Balcanica ci aiuta a percorrere un tragitto fatto di corpi angosciati, respiri stanchi e un’inevitabile tenacia di spirito che porta padre e figlio afgani a ricercare un approdo sicuro, un luogo dove potersi esprimere liberamente.
Il film di Sorcinelli – oltre a costruire una parabola importante sull’esistenza quotidiana quando viene meno la propria libertà di esprimersi artisticamente – mette in luce una dinamica migratoria spesso trascurata, omessa, anonima ai più. E lo fa avvalendosi di un rapporto familiare estremamente intimo, vicino, fotografato con empatia e curiosità nei suoi frequenti primi piani dei volti navigati dal tempo o nei particolari di arti segnati dalle sfregature del tragitto. La macchina da presa si avvicina e si muove attorno ai protagonisti come punti di riferimento; li cerca, ne richiede le preoccupazioni. Ci mostra la quieta impazienza del padre Nazar, portatore di un corpo ormai anziano, affaticato, opposta alla gentile clemenza del figlio Jalil, che alle sue spalle trascina la tuba con fatica e volontà, come se racchiudesse al suo interno il peso di tutte le melodie negate. Entrambi i ruoli vengono sviluppati con cura nella scrittura Nicola Sorcinelli e Andre Brusa, arricchendone i tratti nei piccoli gesti di solidarietà reciproca, nelle discussioni padre-figlio e nella volontà di difendere la loro identità culturale.
Ad arricchire lo studio relazionale di Sorcinelli c’è l’incontro con Greta (Matilda De Angelis) – giovane dottoressa in conflitto tra il dovere e le morale. Ancora alle prime armi, il suo personaggio è fondamentale per decostruire lo sguardo di stampo occidentale che Sorcinelli esamina nel racconto: chiamata a svolgere i suoi compiti da lavoratrice umanitaria, deve comunicare a Jalil il rischio che comporta proseguire il percorso da loro iniziato, ma, dopo l’inevitabile conoscenza e crescente vicinanza con il musicista afgano, Greta capisce di non poter negare ulteriormente a loro la possibilità di un’alternativa, di una scelta, per quanto rischiosa. Comprende la posizione di privilegio in cui si trova, dalla quale può permettersi di suggerire a Nazar e Jalil cosa fare senza subirne le conseguenze dirette; “è meglio che morire”, sostiene lei. Si instaura così un rapporto che oscilla tra l’esigenza umanitaria e la necessità migratoria mediante la semplicità di un’amicizia, di un calore che porta Greta a rielaborare le proprie concezioni di aiuto e solidarietà, lottando insieme a Nazar e Jalil per un eventuale ritorno alla vita.
In contrapposizione al candore delle loro anime, forti dei propri ideali e determinate a proseguire, Balcanica circonda i corpi di un ambiente freddo, esteso ed angusto simultaneamente, dove la natura riecheggia nell’inquieto silenzio dell’attesa. In quei luoghi di transizione, tra il confine precedente e quello successivo, si diviene cittadini della patria di nessuno, costretti nella vana speranza di un viaggio rettilineo. Il costante movimento della camera traduce in immagine le ansie di Jalil e l’impazienza del padre di percepirsi sempre un passo più vicino alla libertà. Si arriva, dunque, al tentativo di un’esperienza il più sensoriale possibile: dalle labbra screpolate alle ferite aperte, il regista vuole farci entrare in quel viaggio – per quanto distante, per quanto estremo. È proprio in questa prossimità che il film germoglia nella sua capacità di trasportarci all’interno della storia: Balcanica si esime dall’essere la semplice documentazione di un percorso geografico, tentando piuttosto di costruire una presa di coscienza interiore dove ogni passo porta con sé il peso e l’incertezza di una vita sospesa. E in quel finale, dove si concretizza un contatto sincero, il film prende forma definitiva: la mano di Nazar accoglie quella di Jalil, nel momento di più alta tensione – si ritrova dunque un senso di appartenenza.
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