Un luogo spesso non è solo sfondo di narrazioni, ma è in grado di mettere in relazione sensibilità diverse. È il caso di Visioni di Torino, la sezione del Torino Underground Cinefest che raccoglie tre cortometraggi girati sul territorio piemontese. Partire, restare, continuare a correre: tutti i protagonisti si trovano di fronte a situazioni che non hanno scelto e che non possono semplicemente cambiare. Non resta, quindi, che fare i conti con ciò che accade: accettare non significa necessariamente arrendersi, ma prendere consapevolezza e trovare un modo per andare avanti.

In Restare (2025) di Fabio Bobbio, la provincia piemontese assume i contorni di un luogo fuori dal tempo, sospeso tra la quotidianità di un piccolo paese e l’immaginario di un Far West contemporaneo. La patina polverosa che avvolge sia gli interni sia gli esterni contribuisce a restituire questa dimensione sospesa: locali vuoti, strade silenziose e giornate che sembrano scorrere sempre uguali. Sara (Yile Yara Vianello) e Denis (Zackari Delmas) sono due giovani in bilico tra la modernità delle feste e dei social e la sospensione del paese, del diner allestito in un capannone industriale e dell’allevamento di bovini. Sara sceglie di partire, di lasciare un mondo che non si è mai evoluto; Denis, invece, sembra appartenere a quel paesaggio e ogni giorno, per lavoro, si spoglia del suo orecchino e del suo cappello, unici simboli della sua giovane età.

Nonostante le scelte differenti, il loro rapporto rimane potentissimo. Non è chiaro se siano solo amici o qualcosa di più, ma ciò che realmente conta è la loro complicità. Denis quasi non riesce a guardarla, terrorizzato dall’idea che quello sguardo possa essere l’ultimo. Sara sceglie di partire, ma qualcosa resta: un soprammobile portato via dal diner e la memoria di un’intensità che non ha bisogno di parole. Restare è un coming-of-age sul momento in cui si comprende che, qualche volta, voler bene significa anche lasciar partire.

Se Bobbio rappresenta due movimenti ben definiti come partire o restare, Tapis Roulant (2025) di Francesco Taverna ci parla dell’impossibilità di andare davvero da qualche parte. Stefano (Daniele Ornatelli) è un uomo maturo con un bisogno quasi ossessivo di catalogare le sue relazioni: un taccuino raccoglie le persone che gli hanno fatto un favore, un altro quelle che gli hanno fatto un torto. Un bilancio personale e immobile di rancori e gratitudini in cui, però, ammette di non sapere dove annotare sé stesso.

Visioni di Torino: tre corti legati al territorio piemontese al Torino Underground Cinefest

Stefano vive una relazione con una donna molto più giovane, che ama profondamente, ma che lo rende altrettanto inquieto: sa che è sbagliato e sa che la sta limitando. Si ritrova, dunque, in un vortice tra la contemporaneità, i ricordi dell’infanzia e un mondo inconscio rappresentato dai burattini, in cui il suo alter ego corre continuamente su un tapis roulant. Interrompere la relazione diventa per lui l’unica scelta plausibile, perché Stefano corre ma non avanza mai. Lasciare andare, anche in questo caso, coincide con una presa di consapevolezza di chi si è e di chi si è stati: «Non si impara a lanciarsi da vecchi».

In Torino Interrotta (2026) di Radhe Gallardo Ibañez, la protagonista è la periferia torinese, molto più complessa di quella rurale del primo corto: qui la possibilità di scegliere sembra non esserci. Stefano (Tommaso Gaglianone) ha diciotto anni ed è costretto a prendersi cura della sorellina perché sua madre è assente e non riesce a mantenerli economicamente. Lo sfondo è quello di una Torino in bianco e nero, ingiusta ed egoista, mentre l’unico spazio con un po’ di colore è il piccolo appartamento in cui vive. Quando viene recapitata la notifica di sfratto proprio per quell’unico spazio luminoso della sua vita, Stefano crolla.

Il furto va contro i suoi principi, ma si rende conto di non poter fare altrimenti e sottrae una borsa a una donna subito dopo che questa ha prelevato. Stefano inizia quindi a correre: è una corsa disperata, il tentativo di scappare da responsabilità troppo grandi per la sua età e da un mondo che sembra non avere spazio per lui. Tuttavia, durante il tragitto, perde progressivamente il contenuto della borsa. È stato tutto invano e Stefano non può far altro che arrendersi.

Tre storie diverse, dunque, che sembrano partire dallo stesso punto: la consapevolezza che la vita non sempre prende la direzione che vorremmo. C’è chi accetta di restare, chi continua a correre senza arrivare e chi prova a resistere dentro un luogo che sembra non offrire alternative. È forse questo il legame più interessante di Visioni di Torino: non tanto il Piemonte come semplice sfondo, ma la provincia e la città come spazi in cui crescere significa anche imparare che non tutto può essere trattenuto e che, a volte, resta soltanto la possibilità di capire come stare dentro ciò che rimane.