Perché è importante citare Matt Reeves quando si parla di reboot?
La carriera del regista è la dimostrazione lampante di come sia possibile operare in veste d’autore all’interno delle logiche produttive di Hollywood senza rinunciare a una firma riconoscibile. Attraverso le sue opere, ha legittimato la riedizione come un atto creativo originale, slegato dall’utilizzo di materiale preesistente al solo scopo di sfruttare il valore commerciale residuo di un franchise.
Esordio a parte, i suoi film nascono da un atto di appropriazione consapevole: il “metodo Reeves” muove innanzitutto dall’introspezione e da una domanda personale, volta a chiarire come entrare in connessione con la storia da raccontare. Una volta determinato questo aspetto, ogni scelta tecnica è al servizio della risposta ottenuta, intimamente vera per il regista stesso. Nel lavoro del cineasta, il cinema di genere si configura come linguaggio, e non mero contenuto, attraverso condizioni creative non negoziabili, l’utilizzo della prospettiva quale principio narrativo e della macchina da presa come dispositivo empatico.
Matthew George Reeves esordisce alla regia sul grande schermo con Tre amici, un matrimonio e un funerale (1996), ma la svolta nella carriera arriva con Cloverfield (2008). Il film di fantascienza catastrofica nasce da un’intuizione del suo amico fraterno J.J. Abrams; tuttavia è il regista statunitense a codificare il punto d’accesso per una messa in scena innovativa: raccontare un attacco kaiju dalla prospettiva di chi lo subisce, senza visione d’insieme, attraverso una handycam amatoriale.
Rispetto alla tradizione di Godzilla, in cui il mostro è sempre osservato dall’esterno e dall’alto, in scala epica, Cloverfield introduce una rottura in tal senso: reinventa l’azione portando la macchina da presa a livello del suolo, relegando la creatura ad apparizioni marginali e facendola percepire allo spettatore come un evento traumatico e incomprensibile. Tramite il found footage, così, Reeves tesse una narrazione immersiva ad alto contenuto visivo, mantenendo al centro l’esperienza emotiva dei personaggi e riuscendo a dare voce all’ansia urbana della New York post-11 settembre, lascito di un trauma collettivo ancora vivo nel 2008.
Il 2010 è l’anno di Blood story, adattamento statunitense dell’omonimo romanzo svedese da cui era già stato tratto Lasciami entrare di Tomas Alfredson, uscito due anni prima e ormai considerato un classico del cinema europeo. È proprio in quest’occasione che il “metodo Reeves” rivela la sua complessità, in risposta allo scetticismo della critica, che additava il progetto come speculazione commerciale.
Il regista, infatti, trova una chiave interpretativa personale nell’approccio al progetto: attinge alla fonte letteraria alla base del film europeo e da essa parte per reinterpretare l’opera di Alfredson in chiave americana. Pertanto, Reeves decide di mantenere l’ambientazione degli anni Ottanta, traslando la geografia della narrazione dalla Svezia al New Mexico, radicandola in un momento storico preciso della presidenza Reagan. Questa scelta gli consente di operare una riflessione sociale, filtrata dagli occhi di un bambino, sugli Stati Uniti all’ombra della Guerra Fredda e sulla sonnolenta provincialità dei sobborghi, in cui la promessa di innocenza viene corrotta da una violenza primordiale.
La pellicola porta l’intimità soggettiva in un contesto di genere diverso da quello di Cloverfield: un film horror vampirico sul dolore di un’infanzia disillusa, che non offre protezione e su un’amicizia disperata ai margini della solitudine.
A fare da cornice vi sono la fotografia di Greig Fraser – futuro premio Oscar per Dune – e una sontuosa messa in scena che, a tratti, omaggia Hitchcock, consolidando il ruolo della macchina da presa nella funzione di “sguardo empatico”, in grado di portare lo spettatore dentro i personaggi. Sono proprio questi due elementi a distinguere l’estetica del film da quella nordica e fiabesca di Alfredson.
Complice l’addio di Rupert Wyatt alla regia del sequel de L’alba del pianeta delle scimmie (2011), la 20th Century Fox offre a Reeves la direzione del secondo capitolo della saga, riconoscendo nel regista le qualità necessarie per realizzare un’opera emotivamente credibile. L’intento è dare seguito all’eredità del primo capitolo, rivelatosi un film intelligente, in grado di reinventare le origini dell’epopea simiana con una prospettiva scientifica e umana. L’ingresso di Reeves nel progetto si traduce in un cambio di registro ideologico: pretende a gran voce la riscrittura della sceneggiatura, con il chiaro obiettivo di porre al centro della narrazione la figura di Cesare.
Questa scelta rivela la visione autoriale propria del “metodo Reeves”: spostare il baricentro della saga dal punto di vista umano a quello animale e sfruttare una prospettiva in grado di portare lo spettatore all’interno dell’esperienza sensoriale e emotiva dei primati. In altre parole, il fine è utilizzare i mezzi produttivi di un blockbuster per garantire, grazie agli effetti visivi e alla tecnologia, un’immersione totale nella soggettività di un’altra specie. Il pubblico viene così invitato a simpatizzare e immedesimarsi con un personaggio non umano, nonché a un’attenta riflessione sullo specismo e sul concetto di civiltà.
Tecnicamente, Reeves eleva l’utilizzo della performance capture, ridefinendo i confini tra recitazione e animazione digitale e consacrandola a vero e proprio linguaggio cinematografico.
ll successo di Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (2014) convince la Fox a firmare un contratto con Reeves per il terzo capitolo, The War – Il pianeta delle scimmie (2017), concedendogli totale libertà creativa. I due film da lui diretti a conclusione della trilogia segnano il punto più alto della saga dal punto di vista commerciale, incassando rispettivamente 710 e 490 milioni di dollari.
A seguito della fortunata esperienza con la saga simiana, Reeves sceglie di cambiare franchise e approda alla direzione di The Batman dopo il ritiro di Ben Affleck nel 2017. Ancora una volta il regista applica il proprio metodo, forte di una firma autoriale ormai consolidata.
La creazione di un blockbuster psicologicamente intimo passa, in questo caso, attraverso una preparazione rigorosa e stratificata: dalla richiesta di scollegare il film dal DC Extended Universe, ai chiari riferimenti cinefili (Chinatown, Zodiac, Taxi Driver) e letterari (F. Miller, J. Loeb, T. Sale), fino alla riscrittura della sceneggiatura, a un casting mirato e funzionale alla complessità identitaria dei personaggi, a un’estetica ispirata al cinema noir degli anni Settanta e, infine, alla collaborazione con Greig Fraser alla direzione della fotografia.
Il lavoro di Reeves insieme a quest’ultimo riveste un ruolo centrale nell’estetica del film, poiché codifica una grammatica visiva in cui la macchina da presa occupa lo stesso spazio soggettivo del supereroe, con la chiara intenzione di calare lo spettatore nel punto di vista del protagonista. Il risultato è un Batman profondamente rinnovato e riposizionato come detective: un giovane disfunzionale alle prese con un caso di omicidi seriali che coinvolgono l’intera classe dirigente della città.
Il film incassa globalmente 770 milioni di dollari e ottiene risultati critici tra i migliori dell’intero franchise, aprendo gli scenari di un universo standalone.
Negli ultimi vent’anni, dunque, il cineasta statunitense ha fornito cinque valide argomentazioni a sostegno di un’impostazione metodologica divenuta cifra stilistica, che ha consolidato la sua posizione nel cinema contemporaneo e permesso di lavorare nel sistema dei franchise senza rinunciare all’autorialità.
Tornando al quesito iniziale, menzionare Matt Reeves quando si parla di reboot è importante, perché è un regista che non si chiede come reinterpretare una storia già nota, bensì perché valga la pena di raccontarla ancora.
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