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Salvatore Basolu

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Ma siamo seri: ma che ci frega a noi dei desideri delle masse?

La perplessità di Nanni Moretti quello della stagione “autarchica” dei primi Super8, ancor prima del successo di Ecce bombo (1978) apre questa riflessione come una ferita mai rimarginata. L’incertezza del militante davanti a un’intellighenzia che rivendicava ancora il diritto, e soprattutto il dovere, alla separazione e alla complessità, il disprezzo per il gusto collettivo che scava il solco dello scollamento sociale con il popolino. Quella domanda retorica, lanciata nel vuoto degli anni Settanta, trova oggi, in questo interminabile finale di gennaio 2026, una risposta inequivocabile, per lo meno in ambito cinematografico: quei desideri delle masse, così sdegnosamente ignorati, si sono presi tutto.

Ora che la polvere mediatica si è posata e il sorpasso è ufficiale, Buen camino di Gennaro Nunziante si staglia come un monolito inaggirabile. Il nuovo film con Luca Medici, alias Checco Zalone, sfonda il muro dei 70 milioni di euro, superando il precedente primato di Avatar (2009) e diventando così la pellicola con il maggior incasso di sempre in Italia (sempre se non si tenga conto dell’inflazione). Il dato è tratto e non sembra ammettere repliche, restituendo in larga parte lo specchio dell’attuale rapporto tra cinema e grande pubblico; una realtà da affrontare e che per molti, in un cortocircuito temporale, si sovrappone alla celebre invettiva morettiana urlata contro un avventore da bar  qualunquista: «Te lo meriti Alberto Sordi!».

Cinquant’anni fa, “meritarsi Alberto Sordi” era un’accusa forte nei confronti del beniamino del pubblico, una condanna biblica alla medietà piccolo-borghese italiana e alle sue deformità. Oggi verrebbe da aggiornare l’anatema «Te lo meriti Checco Zalone» ma a differenza di allora, questa frase non suona più necessariamente come una maledizione; sembra quasi una constatazione, o, a seconda dei punti di vista, un’assoluzione.

Perché ce lo meritiamo? È una punizione per la nostra decadenza culturale o un premio per la nostrana, inossidabile, voglia di non prendersi sul serio?

Di fronte alla fiumana di persone che invade i multiplex, si levano inevitabilmente due cori contrapposti: il peana degli entusiasti, che incoronano Zalone come eroe e salvatore di un settore in crisi, contro la voce sdegnosa e il sopracciglio alzato dei puristi. Questi ultimi, al pari delle riflessioni di Carmelo Bene sul teatro come non-luogo, rimarcano che la sede non fa l’arte. Traslando il concetto al grande schermo, la loro accusa è lapidaria: non basta lo spazio fisico della sala se il film proiettato non è Cinema, ma televisione espansa, prodotto spurio visivamente piatto e narrativamente povero. Eppure, in lettura opposta, per lo spettatore di Zalone la sala diventa il luogo per eccellenza. Senza la vicinanza con l’altro, senza quella risata sincronizzata di decine e decine di persone che vibrano all’unisono, il film perderebbe la sua concretezza. È la massa che fa il Cinema, o è il Cinema che fa la massa?

Di fronte a questo scenario, il critico rischia di trovarsi a un bivio sterile: salire sul carro dello “staccatore di biglietti” per evitare le accuse di snobismo e bastiancontrarismo, oppure arroccarsi nello sdegno elitario gridando alla “morte del cinema”. Entrambe le posizioni, credo, sono pigre.

Il compito della critica, oggi, non può limitarsi a dire se Buen Camino sia bello o brutto secondo i canoni estetici (compito direi facilmente e rapidamente fattibile), ma tentare di fare un passo ulteriore. Prendere atto che il film esiste come fatto sociale totale da analizzare senza i pregiudizi e i comportamenti tipici «del paese di Pulcinella e Arlecchino, dove Pulcinella dà le mazzate e Arlecchino tira la veste per mettere d’accordo tutti quanti».

Al centro di tutto c’è Checco Zalone. O meglio, come lo definisce Gianni Canova, la «maschera fissa a mondo variabile», una figura che, nonostante le differenze  di contesto, non cambia mai nella sua essenza, ovvero nei suoi due tratti peculiari: il nomen omen e la sconfinata stupidità che a questo segue. Se i padri nobili della commedia all’italiana (Risi, Monicelli, Scola) rivelavano i mostri dell’Italia del boom attraverso una una comicità “verticale”, carica dello sguardo amaro e velatamente pedagogico del regista,  con Checco Zalone la prospettiva diventa radicalmente “orizzontale”. Il personaggio instaura una relazione talmente identitaria e totalizzante con il pubblico da ripulirlo delle proprie colpe, riducendo ai minimi termini la possibilità di notare i nostri errori.

Questo processo di auto-assoluzione è strettamente legato a una precisa strategia politica, un cerchiobottismo “acrobatico”. Un approccio per nulla semplice, sospeso su una linea invisibile, sottilissima e molto fragile. Lo si era visto dalla reazione degli spettatori a Tolo tolo (2020), film più esposto, meno equilibrato e divisivo, complice probabilmente la mancanza di Nunziante in regia e scrittura a fare da ammortizzatore. Zalone, infatti, è l’unico artista in Italia in grado di parlare contemporaneamente all’elettore di destra, centro e sinistra, senza farsi odiare da nessuno, anzi, blandendoli tutti. 

In Buen Camino, per esempio, la sua comicità è composta di ambiguità semantica, capace di  usare i temi del “politicamente corretto” e della cultura “woke” per strizzare l’occhio con uno strabismo insuperabile. Da un lato, compiace il conservatore tramite le caricature di idealismo giovanile e posa intellettuale, al punto che certi commentatori hanno ravvisato nel trucco di scena di Martina Colombari un riferimento ridicoleggiante alla figura di Francesca Albanese. Dall’altro lato, conferma i bias del progressista che sente avvalorata la sua analisi antropologica di un Paese irredimibile, ridendo della grettezza del protagonista in quanto diverso da sé. 

Zalone dà un colpo al cerchio e uno alla botte, ma lo fa con una velocità tale da nascondere molto bene il trucco.  Un’operazione vorticosa che mischia a tal punto le carte da svuotare di senso le ideologie; non c’è più spazio per una divisione netta tra destra o sinistra, ormai ridotte a differenze superficiali. Non è un caso, forse, che il fenomeno Zalone nasca e cresca quasi in contemporanea con l’ascesa del Movimento 5 stelle, inizialmente latore dell’abbandono di questa dicotomia novecentesca. 

È qui che si inserisce il necessario confronto con il passato, per capire la mutazione della maschera comica della Prima Repubblica. A differenza del Ragionier Fantozzi la vittima sacrificale dell’autorità, schiacciato dai Megadirettori Galattici e dalla miseria quotidiana Zalone il potere lo aggira, lo corrompe, se lo fa amico o, più semplicemente, lo seduce senza sforzo o intenzione. Fantozzi perdeva sempre e, a prescindere dalle sue azioni, la sua sconfitta ci consolava delle nostre. Zalone vince sempre, e la sua vittoria ci illude che anche noi, con un po’ di fortuna e qualche scorciatoia, possiamo farcela. 

Due lati opposti di due medaglie diverse.

Il record d’incassi di Buen camino parla di un bisogno famelico di “nazional-popolare” in un’epoca di frammentazione, tensioni e dubbi. Gramsci definiva il nazionale-popolare come una letteratura (o una cultura), mancante in Italia,  capace di interpretare i bisogni e i sentimenti delle masse, creando una connessione tra intellettuali e popolo. Zalone ha risolto l’equazione a modo suo: bypassando gli intellettuali “terzi” e rendendoli superflui, ha stabilito una connessione diretta, viscerale, tra sé e il pubblico. Ha creato una koinè, un linguaggio comune, dove le sue battute entrano nel lessico familiare, i suoi tormentoni si sostituiscono ai proverbi e entrano nell’immaginario condiviso, annullando le differenze di età e classe. 

Cosa ci rende simili in fondo? Secondo la visione di Medici e Nunziante, la nostra inemendabile cialtroneria. Ecco allora che il rito si compie. Andando oltre la domanda se si tratti di Cinema o meno (secondo il sottoscritto sì, anche se non nelle sue forme alte), quella in sala non è solo una visione, ma l’Eucarestia laica del “Paese reale”, oltre l’immagine idealizzata del “come dovrebbe essere” e del “come vorremmo essere”. In quel buio, spezziamo il pane della nostra mediocrità e ce ne nutriamo avidamente, sentendoci compresi, mai giudicati. Ci meritiamo Checco Zalone? Assolutamente sì. Il primato è solo la certificazione numerica di un abbraccio collettivo: quello tra l’Italia e la sua voglia di non crescere mai.

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Pubblicato il:

21 Gennaio 2026

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