La Gioia di Nicolangelo Gelormini

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Nel 2016 l’Italia viene scossa dall’omicidio di Gloria Rosboch, un’insegnante di Castellamonte (Torino) uccisa da un suo ex allievo. È proprio da questa pagina di cronaca che trae ispirazione La Gioia, il nuovo film di Nicolangelo Gelormini presentato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La protagonista del film è Gioia (Valeria Golino), un’insegnante liceale di francese che, alla soglia dei cinquant’anni, conduce un’esistenza monotona, abitando ancora sotto lo stesso tetto dei suoi genitori.
La donna vive come fosse rinchiusa in una gabbia: la sua quotidianità oscilla tra i corridoi di scuola e le mura domestiche, dove si divide tra la cura dei familiari e un malinconico attaccamento alle bambole della sua infanzia.
La routine delle sue giornate si interrompe quando Alessio (Saul Nanni), uno studente del suo stesso istituto, le chiede ripetizioni di francese.
Il diciannovenne cela una doppia vita: di notte si traveste e si esibisce per guadagnare il denaro necessario al proprio sostentamento e a quello della madre. Tra i due, poco alla volta, nasce un rapporto che va oltre l’ambito scolastico.

Ne La Gioia viene raccontato uno di quei legami passionali e intensi che, fin dal principio, appaiono impossibili e socialmente non accettati. Un’illusione romantica destinata a mutare in una condanna fatale. Gioia ama in un modo assoluto e totalizzante; Alessio, invece, non sa amare davvero, incapace di assumersi la responsabilità di ciò che sta accadendo. E così che quella passione degenera, sfociando lentamente in una dinamica pericolosa.

Il film vuole mostrare un bisogno universale che nella società contemporanea sembra sempre più difficile da soddisfare: l’urgenza di essere visti. Sotto il trucco di Alessio, dietro ai grandi occhiali e gli abiti larghi di Gioia, si cela il desiderio di essere riconosciuti per il proprio valore, per ciò che si è realmente. Per qualche istante, i due sembrano riuscire a vedersi a vicenda, ma questa connessione non basta a fermare l’inevitabile tragedia.

Molte delle dinamiche descritte nel film seguono il delitto del 2016, ma Nicolangelo Gelormini sceglie di allontanarsi dalla pura ricostruzione dei fatti di cronaca per concentrarsi sulle emozioni dei personaggi.
La sua regia, infatti, si fa a tratti visionaria, rappresentando l’interiorità e l’immaginazione dei protagonisti con sequenze che si distaccano dal reale. Ne è un esempio il primo bacio tra Gioia e Alessio: un momento sospeso – letteralmente – a mezz’aria, alternato simbolicamente a delle porte che si aprono.
Perché succede così: a tutti è capitato di provare quella sensazione di leggerezza e di sollievo quando, dopo una lunga attesa, il nostro desiderio più grande si realizza all’improvviso, quasi fosse magia. Ed è proprio quella magia che solleva Gioia da terra.

Dopo questo apice onirico, il film accompagna lentamente lo spettatore verso il crudo finale. Gelormini mette in scena un femminicidio costruendo un meccanismo di dipendenza affettiva; grazie alle intense performance dei due protagonisti, il regista riesce a sedurre e illudere anche chi guarda con tenerezza, ma che ben presto lascia spazio alla realtà. E la realtà è spietata: con le lacrime sul volto, Alessio stringe con forza il foulard di Gioia. Un gesto letale che la lascia senza respiro – come metaforicamente ha sempre fatto durante il film – ma questa volta togliendole davvero la vita.

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Pubblicato il:

16 Febbraio 2026

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