Café Flesh di Rinse Dream (Stephen Sayadian)

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Café Flesh di Rinse Dream

Assistere a Café Flesh (1982) di Stephen Sayadian (celato dietro lo pseudonimo di Rinse Dream) nel buio di una delle sale del Cinema Massimo, è stata un’esperienza straniante. Poco dopo mezzanotte, mi sono ritrovato catapultato in una realtà che non ho mai conosciuto. In un’epoca segnata da un voyeurismo igienizzato (e per fortuna!), confinato alla rassicurante oscurità dei dispositivi privati, la visione collettiva di materiale esplicito recupera inevitabilmente una dimensione rituale inusuale e perturbante.

Lontana dal passeggero imbarazzo adolescenziale per un’inaspettata scena erotica in un film mainstream, la sala condivisa spoglia l’anonimato domestico, costringendoci a fare i conti con l’essenza stessa del corpo e le colpe del nostro sguardo. Café Flesh è l’opera perfetta per sviscerare questa dinamica: un incubo liminale, sospeso tra le derive della videoarte, la libertà del cinema sperimentale e le alienanti atmosfere del primo David Lynch.

La pellicola, proposta all’interno della retrospettiva SEX del TOHorror Film Fest, è un ibrido, indigesto per il circuito delle sale a luci rosse, ma cult nei midnight movies grazie alla sua trama fantascientifica.

Dopo un olocausto nucleare, il 99% dell’umanità (i “Negativi”) non tollera l’atto sessuale, pena l’insorgere di spasmi. I sopravvissuti, condannati all’inibizione, guardano il restante 1% (i “Positivi”) copulare sul palcoscenico di un locale — il Café Flesh del titolo — per un vicario e castrato intrattenimento.

Girato poco dopo il riconoscimento del primo caso di AIDS (1981) e nel pieno boom del consumo di eroina, questo spaccato clinico tra sani e infetti assume oggi i contorni di chiaroveggenza sociale, anticipando il terrore del contagio e la patologizzazione dei corpi. Sayadian sceglie infatti di sabotare dall’interno l’ontologia stessa della pornografia: il genere abbandonana la sua rassicurante veste edonistica anni Settanta da “cornucopia del piacere” per farsi espressione di una sessualità disumanizzata e meccanica.

La de-erotizzazione passa attraverso le scelte di regia e montaggio. Pur mantenendo i dettagli anatomici espliciti, la macchina da presa taglia sbrigativamente da ampie inquadrature a primi piani e dettagli; l’atto diventa uno sterile obbligo performativo che non costituisce mai il vero cuore della scena, lasciando che il sesso ceda il passo a un senso di vuoto.

A inframezzare queste asettiche esibizioni, intervengono quadri scenografici dal fortissimo impatto teatrale. Immagini grottesche — adulti infantilizzati, un uomo mascherato da topo o un impiegato con una gigantesca matita gialla al posto della testa — si impongono come allegorie della mercificazione umana e della definitiva sterilizzazione del desiderio.

All’interno del locale domina la figura di Max Melodramatic (Andrew Nichols), istrionico presentatore e cinico demiurgo dello show, che provoca e deride gli avventori per la loro l’impotenza, eppure foraggia il loro voyeurismo.

Il rapporto di potere che si instaura tra lui, in veste di host, e il narratario, ovvero il pubblico diegetico del caffè, risulta fondamentale per comprendere il film. Quei clienti “Negativi”, mostrati immobili e frustrati al buio dei tavolini, fungono da specchio impietoso per noi spettatori, riflettendo e condannando il sadismo e la profonda passività impliciti nell’atto di consumare avidamente lo spettacolo dei corpi altrui.

Il sipario si chiude infatti con un doloroso cuckold, in cui uno dei protagonisti maschili, rassegnato alla propria inibizione, è costretto a guardare dal pubblico la compagna riscoprirsi improvvisamente attiva ed esibirsi sul palco. La rappresentazione sessuale, ormai lontanissima dalle utopie liberatorie degli anni Sessanta, diventa condanna della mercificazione (come suggerisce lo stesso titolo) e dolore.

Café Flesh si rivela un purgatorio sessuale, un incubo post apocalittico in cui i cliché tipici della pornografia — la casalinga annoiata, la vergine in preda agli ormoni — vengono denudati della loro squallida vacuità, offrendo al contempo una critica pungente allo spettatore pigro e una lezione, ancora oggi valida, di metatestualità erotica.

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Pubblicato il:

25 Ottobre 2026

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