Boy George & Culture Club di Alison Ellwood

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Nel febbraio del 1984 i Culture Club interpretarono Karma Chameleon (1983) sul palco del 34° Festival di Sanremo. Qualche settimana più tardi, vinsero il loro primo Grammy Awards come Best New Artists. La “maledizione” che aleggia intorno al premio – che sia realtà o solo un pop urban myth, è illustrata dettagliatamente qui – fu immediata nel caso della giovane band inglese che aveva raggiunto il successo globale con il loro secondo album, Colour by Number (1983). Realisticamente, fato infausto o meno, furono le parole dette da Boy George mentre accettava il premio a scatenare un effetto domino sull’avvenire della band: «Thank you America, you’ve got taste, style and you know a good drag queen when you see one». Nessuna menzogna né oltraggio vilipendioso; una fattualità espressa in parole che, nell’inconsapevolezza del pubblico conservatore statunitense attratto dai vivaci synth mescolati al raggae, destò un gran sgomento.
Fin dalla loro gemmazione, la carriera dei Culture Club è stata sancita da una genuina curiosità per l’immaginario proposto dalla band, curiosità che molto in fretta sfociava nell’asprezza di commenti poco felici urlati dalle platee in ascolto, come ricorda Boy George in Boy George & Culture Club (2025). Il documentario di Alison Ellwood – presentato in anteprima italiana al 12° Seeyousound in collaborazione con Lovers Film Festival (dal 16 al 21 aprile 2026) – mette al centro le voci di Boy George, Roy Hay, Mikey Craig e Jon Moss, ripercorrendo i traguardi e le difficoltà dei Culture Club attraverso i contrasti vissuti e le relazioni interne alla band. Nel pieno della scena new romantic londinese Boy George e Mikey Craig diedero vita a una delle band che meglio raccoglie l’immaginario pop degli anni Ottanta; e sono proprio le immagini di archivio che accompagnano i racconti degli ex-membri dei Culture Club il principale sostegno di Boy George & Culture Club, e meglio dispiegano la forza culturale e politica dell’ensemble musicale. A partire dal nome della band: segnati dal buio degli anni Settanta, i Culture Club rappresentarono un melting pot delle sottoculture che lentamente stavano per esplodere. In tal senso, è l’immagine incarnata da Boy George, Roy Hay, Mikey Craig e Jon Moss a essere un atto di visibilità politica, amplificata dalla potente riproducibilità della loro musica pop.
I Culture Club, come rimarca bene il titolo del documentario e Jon Moss nel suo racconto, diventarono molto presto per l’opinione pubblica «Boy George and the Culture Club, and then only Boy George». L’immagine bigger than life, oggi diventata ormai icona, di Boy George – al secolo George O’Dowd – molto presto implose su se stessa, complice sia i problemi con la droga sia la storia romantica clandestina vissuta con Jon Moss fino al 1985 – fil rouge di Boy George & Culture Club. Oggi Boy George, come sul palco dei Grammy nel 1984, mantiene l’asprezza del suo humor inglese, mentre Alison Ellwood lo mostra ritoccare l’ombretto blu elettrico, consapevole di continuare ad essere qualcosa di più che semplice synth-pop.
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