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Zatch

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Memorie, ricordi, aneddoti e testimonianze: l’incontro tenutosi venerdì 19 giugno presso l’Università degli Studi di Torino ha costituito un vero e proprio momento amarcord, un racconto collettivo andato in scena durante l’evento Un Rondolino fa Primaveradedicato alla memoria del critico cinematografico e docente universitario Gianni Rondolino, figura che ha raccontato e alimentato uno spaccato fondamentale della cultura cinematografica locale. 
Rondolino – come emergerà dalle testimonianze raccolte nel corso della giornata – ha tracciato un’eredità inevitabile attraverso il suo lavoro divulgativo e didattico. Con lui, la cultura cinematografica torinese (e non solo) si è nutrita di nuove idee, mentre generazioni di giovani hanno ampliato i propri orizzonti grazie alla sua attività professionale e al suo impegno personale.  

A guidare la giornata, sono stati gli interventi di amici, colleghi ed ex studenti dediti a ricostruire un profilo individuale – spesso anche comico – di Rondolino, sottolineandone la singolarità caratteriale e la disponibilità. Partendo dal figlio, Fabrizio Rondolino, che ha offerto ai presenti un ritratto intimo del padre: dal rapporto con la moglie, definita la sua prima e più importante lettrice, pubblico ideale a cui sottoporre riflessioni e scritti, fino alla sua inesauribile curiosità per l’arte e la cultura e al profondo legame con Torino. Una città che amava a tal punto, ha ricordato il figlio, da non prendere mai in considerazione la possibilità di trasferirsi, nemmeno di fronte a eventuali opportunità professionali. Una figura profondamente radicata nel territorio e animata da quello che Fabrizio Rondolino ha definito un singolare miscuglio di fatalismo e ottimismo. 

La prima tavola rotonda ha raccolto le testimonianze di figure culturali come Alessandra Comazzi, giornalista e critica televisiva, che ha ricordato il “Professor Rondolino” come una presenza costante e rassicurante all’interno delle attività redazionali: una figura mai conflittuale, capace di mettere a proprio agio anche chi disponeva di minore esperienza. Particolarmente significativo è stato l’intervento di Paolo Manera, direttore della Film Commission Torino Piemonte, che ha definito Rondolino come un vero e proprio “Big Bang” per lo sviluppo del cinema e della scrittura in territorio torinese. Molti dei professionisti che oggi operano nel settore, ha sottolineato Manera, hanno trovato la scintilla iniziale proprio frequentando i corsi universitari del professore, descritto come punto di riferimento in grado di far affiorare connessioni tra individui, generazioni e istituzioni. Non a caso è stato ricordato il suo ruolo determinante nella fondazione del Festival Internazionale Cinema Giovani, in seguito divenuto Torino Film Festival. 
Anche Paola Olivetti, direttrice dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, ha insistito sul rapporto privilegiato che Rondolino seppe costruire con il mondo dei giovani, individuando proprio nel Festival Cinema Giovani l’espressione più compiuta della sua vocazione alla ricerca e alla sperimentazione. 

La seconda e ultima tavola rotonda, probabilmente la più stimolante e ricca di spunti, ha riunito alcuni degli ex studenti del docente universitario: Giaime Alonge, Giulia Carluccio, Steve Della Casa, Daniele Gaglianone, Chiara Magri, Dario Tomasi ed Enrico Verra. Tra i momenti più sentiti, il contributo audiovisivo realizzato dal regista Daniele Gaglianone che, impossibilitato a presenziare, ha costruito il proprio omaggio a partire da una frase che Rondolino gli aveva confidato: «Gli alberi raccontati bene nel cinema sono pochi». Tra i film presi in esempio, c’era Sacrificio (1986) di Andrej Tarkovskij. Un ricordo, questo, che esemplifica bene l’approccio al cinema di Rondolino: profondo, con attenzione ai dettagli.
Giaime Alonge e Chiara Magri hanno ricordato, invece, quanto Gianni Rondolino fosse in anticipo sui tempi. Ad esempio, tra gli anni Sessanta e Settanta si impegnava nella scrittura di avanguardie e sul cinema d’animazione, in un periodo in cui questi temi erano considerati marginali, se non addirittura inadeguati, nei contesti accademici. Con lo stesso spirito riusciva ad animare corsi dedicati a figure controverse come Leni Riefenstahl, dando prova di come il cinema potesse essere oggetto di studio indipendentemente dall’identità politica dei suoi autori. Una curiosità intellettuale che non temeva i territori inesplorati e che, secondo Alonge, rifletteva una particolare forma di provocazione tipicamente piemontese.  

Dario Tomasi, impegnato oggi nel proseguire parte della sua eredità editoriale, ha sottolineato un altro tratto distintivo del docente: il rispetto assoluto per le idee degli studenti. Rondolino non censurava mai e agiva sempre con tatto, discrezione e disponibilità. A completare idealmente il ritratto è stata una riflessione sul totale disinteresse nel formare cloni di sé stesso. Ha combattuto, piuttosto, affinché il cinema entrasse stabilmente nell’università senza replicare modelli accademici rigidi né pretendere fedeltà dai propri allievi. Sapeva dare fiducia, offrire spazio alle nuove generazioni e favorire percorsi autonomi. Possedeva rigore e autorevolezza, ma senza mai assumere la postura del “barone” universitario.

Dalle testimonianze raccolte emerge così il profilo di uno studioso che ha contribuito a trasformare Torino in una delle capitali italiane della cultura cinematografica. Un docente capace di formare generazioni di studenti senza imporre loro una scuola; un organizzatore culturale che ha creato occasioni di crescita e confronto. Il filo rosso che unisce molti dei protagonisti del cinema torinese passa ancora oggi attraverso il suo nome: Gianni Rondolino. 

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Pubblicato il:

21 Giugno 2026

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