Scritto da

Vanessa Abatecola

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Come tutte le cose belle finiscono, anche le avventure di un gruppo di ragazzini nella piccola cittadina immaginaria di Hawkins, giungono al termine dopo cinque stagioni e dieci lunghi anni.

Una storia iniziata nel fatidico 6 novembre 1983, con una partita a Dungeons & Dragons tra quattro amici – Mike Wheeler (Finn Wolfhard), Will Byers (Noah Schnapp), Dustin Henderson (Gaten Matarazzo) e Lucas Sinclair (Caleb McLaughlin) – a cui ha fatto seguito la scomparsa in circostanze misteriose dello stesso Will. Poi all’improvviso un incontro, quello con una “stramba” ragazzina con dei poteri psichici, Undici (Millie Bobby Brown). Nulla è più stato lo stesso: il Sottosopra, i Demogorgoni, gli esperimenti, le luci colorate, ma un’unica grande storia. La storia di un gruppo di ragazzini che, confidando nell’amicizia – l’arma più potente che esista -, sono stati in grado di sconfiggere qualsiasi tipo di nemico, umano o mostro che fosse.

Stranger Things è stata capace di evocare sentimenti nostalgici di una realtà anni Ottanta ormai lontana, combinando riferimenti alla cultura pop e citazioni dai film cult dell’epoca. Infatti, il genere “coming of age” ha caratterizzato l’intera serie: i suoi creatori, i fratelli Duffer, si sono ispirati a film come Stand by me (1985) o E.T. l’extra-terrestre (1982) ed altri classici di quegli anni, i cui protagonisti sono spesso ragazzini che intraprendono avventure, attraverso le quali non solo fanno esperienza del mondo, ma in parte ritrovano anche se stessi, crescendo. Con i personaggi e gli attori che ne hanno fatto parte, anche milioni di fan in tutto il mondo sono cresciuti con la serie, affezionandosi a loro e al mondo che li ha circondati, dando vita ad un vero e proprio fenomeno.

Numerosi sono stati i temi affrontati nelle diverse stagioni: dall’amicizia in primis, fino al bullismo e l’emarginazione, ma soprattutto il lutto e l’ansia. Questo lo si nota maggiormente nelle ultime due stagioni, molto più introspettive e ricche di suspense; difatti con l’arrivo di Vecna come nuovo cattivo – creatura grottesca, in parte ancora umana – ci si è scontrati subito con una torbida realtà e con le diverse forme in cui può manifestarsi la paura. Paura di crescere, di non essere all’altezza degli ostacoli che la vita ci presenta o semplicemente di mostrarsi per chi si è realmente. In questi casi le uniche vie d’uscita possibili sono la musica e i legami con le persone più care. La colonna sonora è, infatti, un altro aspetto fondamentale della serie: le molteplici canzoni vengono costantemente accostate ai diversi personaggi – dapprima con Will e “Should I Stay or Should I Go” dei Clash e poi con Max (Sadie Sink) e “Running Up That Hill” di Kate Bush – proprio a sottolineare che spesso la musica ha un effetto curativo sui traumi subiti, ma può anche essere vista come una presenza quasi fisica, un’amica in cui rifugiarsi capace di trovarti nei luoghi più oscuri.

Stranger Things è il manifesto degli emarginati e come tale, non poteva non avere una conclusione così degna come con “Heroes” di David Bowie utilizzata nei titoli di coda: come la canzone, infatti, anche la serie è una lettera a tutti coloro che si sentono esclusi, perché non importa quanto tu sia strambo, nerd o semplicemente diverso dalla società, ma se accanto hai le persone giuste e un paio di cuffie o uno stereo, diventerai invincibile.

Ed è così che le corse in bicicletta nella notte sono finite e i nostri giovani eroi sono diventati adulti, ognuno con la propria vita, ma non senza prima giocare un’ultima partita a D&D nel seminterrato di casa Wheeler, laddove tutto era iniziato. Con questo finale nostalgico – e allo stesso tempo ricco di colpi di scena, combattimenti, azione e flashback – non si chiude solo una serie, ma anche una parte della nostra infanzia e nel nostro piccolo, grazie anche ad essa, abbiamo imparato che l’amicizia e la musica possono salvarci nei momenti più bui, basta solo tenere la porta aperta 10 centimetri.

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Pubblicato il:

21 Gennaio 2026

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