Osservando il panorama audiovisivo contemporaneo, si ha spesso l’impressione che esista una spaccatura netta tra il cinema mainstream e quello di genere. Da un lato, una “bolla d’isolamento” in cui l’erotismo e la fisicità dei corpi scompaiono dalla narrazione; dall’altra un terreno fertile per ricordare allo spettatore che siamo fatti di fluidi, istinti e passioni. Ma è davvero così? Il cinema di genere è l’ultimo baluardo di libertà contro un dilagante neo-puritanesimo? Ne abbiamo parlato con Massimiliano Supporta e Matteo Pennacchia, rispettivamente direttore artistico e organizzativo del TOHorror Film Fest.
Per la ventiseiesima edizione del festival la scelta di dedicare un’intera rassegna al tema del sesso è una presa di posizione importante. Questa decisione nasce per andare contro questo trend di omissione e per dimostrare che nel cinema di genere, libero da vincoli moralistici, si possono ancora affrontare certi argomenti?
«Un po’ sì, senz’altro. Però, posta in questi termini, sembrerebbe che si stia cercando di dimostrare una presunta superiorità del cinema di genere rispetto al resto – e non è così. Nonostante l’horror e il fantastico si pongano meno vincoli morali nella messa in scena, lavorando sugli aspetti simbolici della realtà, per lungo tempo il sesso è scomparso dalla loro narrazione o è stato trattato marginalmente. Adesso invece il corpo sta tornando a essere un terreno di dibattito: cultura del consenso, educazione sessuo-affettiva e così via. C’è un’intera generazione, soprattutto femminile, che si sta ribellando contro ciò che ha dovuto subire finora a livello di rappresentazione e di rappresentanza. Non è un caso che molti dei film di maggior successo degli ultimi anni ricollegabili alla rinascita del body horror, da The Substance (2024), a Titane (2021) a The Ugly Stepsister (2025), siano girati da registe. Non è un’esclusiva femminile, certo, ma è un dato di fatto cruciale da registrare oggi».
Avendo visionato numerosissimi film per il concorso principale, si può dire che al TOHorror siate diventati dei “sismografi” delle paure contemporanee. Qual è l’orrore che si sta manifestando principalmente oggi? Si tratta di angosce collettive o di paure intime?
«All’interno del sistema festivaliero noi abbiamo un atteggiamento “pirata”: non ci interessa tanto andare contro il mainstream, quanto guardare negli angoli bui. Il concorso riflette la nostra visione e il nostro obiettivo è proprio intercettare le nuove paure. Noi apparecchiamo la tavola, poi sono gli spettatori a trarre le conclusioni. Avendo visionato quasi 400 opere durante il processo di selezione, è quasi impossibile trovare un unico fil rouge. Le paure contemporanee sono talmente tante e sfaccettate che condensarle in una selezione di dieci film è un’impresa.
Una nuova tendenza che ormai sta prendendo piede con forza è quella definita dalla critica come “Personal Horror”, l’utilizzo di una base intima e introspettiva come rampa di lancio per elaborare poi paure collettive più ampie attraverso il linguaggio di genere. Per esempio, nei film in concorso è presente un’opera indonesiana che sfrutta l’esperienza di un operaio in fabbrica per riflettere sulla condizione alienante del lavoratore post-capitalista. Oppure una pellicola in cui il trauma personale di una donna, abbandonata dal padre quando era bambina, si trasforma in una ricerca viscerale sul “mostruoso femminile”. O ancora l’elaborazione del lutto intrecciata a una riflessione sul modo in cui le sessualità anti-normative vengono recepite a livello pubblico.
Quest’anno, inoltre, è successa una cosa abbastanza strana: tante opere horror indipendenti, prodotte a basso budget – pensiamo a grandi successi come Obsession, Backrooms o Camp Miasma – hanno incassato cifre incredibili al box office. C’è stata un’intersezione inaspettata tra il prodotto indie, il mercato mainstream e il pubblico, che ha risposto in sala con un’attenzione che non si vedeva da anni. Questo fenomeno ha inevitabilmente alzato l’asticella, rendendo la selezione di quest’anno particolarmente complessa, ma alla fine veramente soddisfacente».

Avete parlato di Personal Horror, un’etichetta che ne richiama un’altra molto dibattuta di recente: l’Elevated Horror, un termine che sembra usato per “giustificare” il genere, come a voler dire che senza quel prefisso un horror non possa essere considerato un’opera d’arte a sé stante. Cosa deve avere, invece, un’opera per essere selezionata nel vostro festival, pur con le sue imperfezioni, per riuscire a comunicare qualcosa?
L’aspetto puramente economico o la perfezione formale ci interessano veramente poco. E ti dico subito che Elevated è un termine che noi respingiamo fermamente: per noi non c’è nessuna differenza di dignità fra L’esorcista e Re-Animator. Non ha alcun senso questa gerarchizzazione in un genere che, per sua stessa natura, è anarchico per eccellenza. Per quanto riguarda le opere adatte al TOHorror, il festival ha tra i suoi obiettivi quello di guardare al cinema fantastico come a un mezzo capace di restituire una certa immagine della realtà. È una funzione che l’horror assolve che lo voglia oppure no. Questo non significa che respingiamo l’idea che il genere possa essere anche solo svago: può esserlo benissimo, anzi deve esserlo, è importante che lo sia. Ma parallelamente, più di altri, riesce ad assolvere una potente funzione di lettura “politica” del presente. Di conseguenza, i film che ci interessa proporre non devono tanto parlare di un tema specifico, ma devono parlare con quel tema. Può sembrare una sottigliezza, ma è fondamentale: un buon horror non deve mai essere didascalico o esplicativo, altrimenti non funziona e subentra la noia. Deve dialogare organicamente con il suo nucleo tematico. Per questo ci teniamo sempre abbastanza lontani dai cosiddetti “film a tema” preconfezionati».
Ritornando alla retrospettiva SEX, questa ricerca di pluralità di declinazioni si nota tantissimo. Il tema è sempre uno, ma si dimostra evidente la voglia di esplorare visioni completamente diverse. Nel film d’apertura, Ichi the Killer (2001), per esempio, c’è il sadomasochismo, la repressione, la violenza come simbolo di una mancanza.
«Assolutamente sì. E siccome ci sono tremila cose diverse che Ichi the Killer può dire sull’argomento, ce ne sono altrettante, seppur di natura radicalmente opposta, che emergono dal film di Jan Švankmajer che abbiamo scelto. La presenza di opere differenti che coabitano all’interno della retrospettiva serve proprio a ribadire un concetto: per noi un film di Švankmajer — riconosciuto universalmente come un grande maestro dell’animazione e del surrealismo — vale esattamente quanto un film di Frank Henenlotter, che invece è un maestro dell’exploitation, del B-movie… anzi, dello Z-movie! Non c’è differenza, per noi è un asse orizzontale e abbiamo voluto dimostrarlo. Il cinema fantastico non ha piramidi e non deve rispondere a nessuna “amministrazione superiore”. In fase di selezione cerchiamo di proporre un ventaglio molto ampio in modo da allargare il dibattito e il pensiero personale dello spettatore. Noi proponiamo un dialogo».
In questa ampia scelta rientrano anche le proiezioni notturne. Film come Gola profonda o Dietro la porta verde erano vere e proprie opere cinematografiche, a differenza delle realizzazioni odierne. Per la fascia di mezzanotte, però, voi non portate in sala classici hard puri, ma proponete due pellicole che uniscono in tutto e per tutto l’hardcore al cinema di genere. Che reazione vi aspettate dal pubblico?
«Siamo curiosissimi di vedere come reagirà la sala! Avendo il sesso come focus dell’edizione, l’idea di proporre le pellicole hard di quegli anni era un’occasione da non perdere, e le proiezioni di mezzanotte sono un format che inseguivamo da un po’. Anche perché moltissimi spettatori oggi non hanno mai visto sul grande schermo questo genere. Date le condizioni dei locali dell’epoca, il Cinema Massimo sarà sicuramente in uno stato migliore! (ride, ndr). A Torino esiste ormai solo un cinema a luci rosse, il Roma Blu in via San Donato: è un pezzo di storia che, in ogni caso, prima o poi se ne andrà. Negli anni Ottanta, invece, in città c’erano svariate sale; spesso erano vecchi cinema d’essai degli anni Settanta che, per motivi economici, si erano spostati sull’hardcore mantenendo però strutture di una bellezza infinita. La maggior parte oggi sono diventati centri commerciali».
C’era peraltro una fortissima confluenza artistica tra quell’industria e il cinema di genere, con i registi che sfruttavano le dinamiche del fantastico per veicolare l’atto sessuale. Basti pensare a Marilyn Chambers, protagonista proprio di Dietro la porta verde, che poco dopo andò a recitare per David Cronenberg in Rabid – Sete di sangue.
«Un’intersezione profonda c’è sicuramente, ed è proprio quella che abbiamo provato a indagare selezionando questi due titoli: si tratta di un film di fantascienza e di un film dell’orrore. Abbiamo preso i due macro-generi del fantastico per vedere come venivano articolati attorno al perno dell’hardcore. Sono due opere interessanti e non scontate per tanti motivi, proprio perché usano un linguaggio sperimentale che unisce organicamente il cinema di genere e quello pornografico. È affascinante notare come in quegli anni si cercassero vie diverse. Negli anni ’90 andava super di moda la parodia, come le innumerevoli riletture di Dracula, ma ci sono anche opere meno parodiche in cui il genere era usato appositamente per passare il messaggio.
Non dimentichiamoci poi che tantissimi registi passati al cinema “ufficiale” hanno mosso i primi passi o si sono cimentati proprio con porno e thriller erotici: in Italia Joe D’Amato, negli Stati Uniti autori come Abel Ferrara, fino ad arrivare a Wes Craven o uno dei maestri del New Horror. Insomma, c’è una dialettica vitale e complessa fra i due linguaggi, e speriamo di aver reso bene l’idea all’interno di questa retrospettiva».
Per il programma completo: https://www.tohorrorfilmfest.it/home-2026/
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