Scritto da

Sveva Keiko

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Qualcosa di molto interessante si annida nella scelta del Torino Underground Cinefest di inserire nella sua ultima edizione una nuova sezione non competitiva dedicata interamente al documentario italiano. Estremamente giovane, per giunta, oltre che esclusivamente in forma corta. Il cinema del reale ha sempre attraversato con vitalità la produzione del nostro Paese, ma Doc Italia pare nascere dalla necessità del festival di indagare una tendenza sempre più indipendente nel modo di concepire il reportage, frutto già alla base di una filosofia che con l’Underground ha tutto a che fare: il desiderio di guardare ai margini, di sviscerare la realtà e rimontarla in un mosaico di voci, costellato di crepe profondamente umane che forse solo in questo genere riescono ad emergere nella loro complessità.

La nuova voglia di documentario dà forma a una sezione non competitiva imbastita intorno a una nuova generazione di autori che, ripensando il reale e cercando nuove influenze e forme espressive (contemporanee o meno), liberano il genere dalle catene del dispositivo strettamente informativo e lo declinano in forme personali più vicine al laboratorio su una materia malleabile. La commistione dei differenti background di provenienza dei cortometraggi selezionati restituisce infatti immediatamente un’immagine che va oltre l’interesse destato dai soli contenuti trattati: a partire dai tre corti provenienti dal Centro Sperimentale di Cinematografia (nella sede palermitana dedicata al documentario) Anatomia dei Ragazzi Palermitani (2026) di Pablo Sarno, U Sugghiu (2026) di Bianca Arnold e Distanze (2026) di Marco Peddio, per poi estendersi alle voci biografiche di Bobby (2025) di Erica De Lisio, Shine! (2026) di Mattia Napoli e Daniele Lince, Felicidad (2025) di Francesco Mastroleo e ai più sperimentali We Are Animals (2025) di Lorenzo Pallotta e Gli Affogati – The Drowned (2025) di Alessandro Reato e Davide Regnirende, fino a El Draa (2026) di Francesco Rubattu e Milano Infetta. Gli Anni del Virus (2025) di Tommaso Cohen. Attraverso queste opere, gli sguardi dei giovani autori si estendono a tutta la penisola.

Con un evidente disinteresse per il laccato documentario televisivo dalle immagini già confezionate (e perciò luogo di limitata libertà espressiva) la generazione presa in esame mostra una meravigliosa tendenza alla dissezione del mondo – come anche spiegato dalla regista Bianca Arnold, presente in sala alla prima serata di proiezione dei corti. Il quesito fondamentale per la partenza dalle basi analitiche già molto mature è tanto evidente quanto vitale: cosa cercare quando la superficie non spiega più tutto?

Il viaggio nelle membra della realtà comincia nel 1982, nella Milano infetta da un indesiderato inquilino: il centro sociale Virus di via Correggio 18, locale occupato di vitale importanza per la controcultura punk nazionale. Immagini dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico ripercorrono così la storia del celeberrimo spazio milanese, portando alla luce sfaccettature più variegate di un racconto arrivato fino ad oggi modificato, influenzato da anni di rielaborazioni negative e giudicanti. In effetti, benché sia nato dalla volontà di ricavare un’isola culturale all’interno del quartiere operaio (fondato per giunta da un collettivo punk che già in precedenza si era occupato di organizzare concerti contro l’utilizzo e la vendita di eroina), Virus incontra ancora oggi muri di pregiudizi, rappresentati perfettamente dalle interviste d’archivio che si intervallano ai filmati musicali; le accuse sul comportamento, sull’igiene e sull’attività criminale del gruppo, quindi, ancora non si fermano. Nella cornice di una città sempre più propensa verso un futuro capitalista e chic, la rivoluzione alternativa delle subculture italiane affronta una cancellazione tanto graduale quanto letale, scolpendo le caratteristiche di una metropoli senza scrupoli, in cui la diversità fa fatica a resistere.

La morte del corpo urbano incontra il suo apice ne Gli Affogati – The Drowned, il cui sguardo su Hong Kong mostra quanto possa veramente essere dispersiva una delle metropoli più densamente abitate del mondo. Una figura non ben delineata, narratrice e sguardo principale del corto, fotografa ossessivamente ogni cosa che vede alla ricerca di una persona scomparsa. La sua perdita, frutto di un esperimento al limite tra documentario e docu-fiction, si trasforma velocemente nella testimonianza di una capitale distratta, in cui l’identità del singolo si dissolve nell’insieme disarticolato della massa, impedendo in fase finale di distinguere dove finisce un abitante ed iniziano tutti gli altri. Si annega: nella folla, nella vita, nella memoria di chi non riesce più a vivere senza di te.

Il flusso salato del dolore avvolge con le sue onde il ricordo di tutto ciò che era prima. El Draa nasce negli abissi della Laguna Sud di Chioggia, dove l’ombra mitica dell’ultimo drago marino dell’Adriatico si annida tra le barche della calda estate di lavoro. La prospettiva della creatura, magnificamente esplorata sperimentando con tecnica mista e un linguaggio simile al canto delle balene (tecnica utilizzata similmente anche in We Are Animals, dove il corpo umano attraversa una metamorfosi fino a farsi animalesco), si rivela vitale per capire la condizione tragica del mare che abita: stanco e sfruttato, si trova ormai al limite delle proprie possibilità e impossibilitato a respirare ancora a lungo. Ciò che uccide ogni vita nelle profondità chioggiane viene indicato dai marinai come una delle conseguenze del ritorno del draa, a loro avviso unica spiegazione per un disastro naturale di quelle dimensioni. La leggenda avvolge anche le acque del mare catanese, dove i bambini vengono allontanati dalle spiagge per non essere catturati da U sugghiu, creatura mostruosa del folklore siciliano che si presenta sulle rive isolane nelle sue sembianze di criptide anfibio, capace di emettere urli feroci di agghiacciante dolore (esca per attirare le giovani prede). Il lavoro intrapreso con il materiale d’archivio diventa un enorme laboratorio di sperimentazione visiva e narrativa, esplorando l’aspetto e la complessità dei differenti organismi vissuti sulla terra tra mito e storia.

Anatomia dei ragazzi palermitani e Distanze si spostano invece verso un’analisi dell’esperienza isolana più sociologica. Seguendo il flusso di pensiero del primo regista, narratore e creatore trasferitosi da poco dall’Olanda, perlustriamo i corpi dei ragazzi siciliani, studiati nelle loro abitudini passando da una barberia, a una palestra di pugilato (anche luogo in cui è ambientato cortometraggio Shine!), fino alle spiagge: i contesti diversi della quotidianità della gioventù palermitana creano insieme un corpus di brandelli – fisicità, gesti, consuetudini – sezionati e ricuciti dalla camera. L’immagine restituita rimane esplicitamente incompleta, sottolineando ancora una volta la necessità di eliminare le barriere di separazione culturale. A sua volta nuovo in città, il secondo autore indaga coraggiosamente i rapporti familiari (e urbani), utilizzando tecniche miste – ad esempio, la realtà virtuale simulata con VR, mezzo che utilizza per comunicare con la madre rimasta nella sua città d’origine – e rivelando un lato meno positivo della vita da fuori sede. Nel finale, tuttavia, i giovani si trovano a non distinguersi poi così tanto dai nuovi compaesani, ritrovandosi in ogni frammento di un essere che sente sempre più loro.

Felicidad e Bobby chiudono la sezione portando la testimonianza di due comunità distrutte da eventi naturali imprevedibili – un’eruzione vulcanica e un terremoto –, condizioni che obbligano le persone rimaste in loco a ricostruire il proprio spazio dopo la tragedia. Il giardiniere palmero e il cane Bobby attraversano i paesaggi naturali e le colline abbandonate, riportando alla luce i ricordi sommersi dai cataclismi e divenendo testimoni di un ottimistico gusto della vita. E qui spunta il vero fil rouge della sezione, che lega indissolubilmente ogni cortometraggio al suo interno: la consapevolezza che per vedere davvero bisogna prima distruggere. Rompere le forme tradizionali del documentario, la distanza naturale tra osservatore ed osservato – arrivando persino a sovrapporli! –, il confine tra un corpo e l’altro. Il documentario strettamente d’inchiesta o di memoria istituzionale (e soprattutto solo in forma lunga) lascia quindi spazio a una nuova interpretazione del cinema del reale, esplorato finalmente come uno dei territori più liberi che il cinema contemporaneo abbia a disposizione.

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Pubblicato il:

13 Ottobre 2026

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