Era l’agosto dell’86 quando Stand By Me, il film coming of age per eccellenza, usciva nelle sale americane. Da quel momento le vite di milioni di ragazzi – e non solo – sono cambiate, comprese quelle dei giovani attori protagonisti: Wil Wheaton, River Phoenix, Corey Feldman e Jerry O’Connell. Mentre i suoi colleghi avevano già partecipato a diverse pellicole, per l’ancora sconosciuto O’Connell si trattava del primo esperimento cinematografico e, nella realtà come nel film, tra i quattro attori nacque una forte amicizia che dura ormai da quarant’anni.
La storia di Stand By Me è frutto della penna del celebre scrittore horror Stephen King e dell’adattamento del suo racconto The Body da parte dell’oggi compianto regista Rob Reiner. Il titolo doveva riprendere quello dell’opera originale, ma venne cambiato in extremis per evitare equivoci sul genere del film – con il rischio di risultare non adatto ad un pubblico giovane – e modificato con quello della canzone presente nei titoli di coda: Stand By Me di Ben E. King. Il lungometraggio semi-autobiografico di Reiner, inizialmente ambientato a metà degli anni Ottanta, segue il flusso di ricordi del protagonista, lo scrittore Gordie Lachance (Wil Wheaton) che, dopo aver appreso dal giornale la morte del suo migliore amico d’infanzia, ripensa alle avventure vissute dal loro gruppo nell’estate del ’59.
Sullo sfondo della fittizia cittadina di periferia Castle Rock, situata nell’Oregon, Gordie, Chris Chambers (River Phoenix), Teddy Duchamp (Corey Feldman) e Vern Tessio (Jerry O’Connell) sono quattro amici dodicenni che vanno alla ricerca del corpo di un coetaneo scomparso, così da potersi redimere dalle loro problematiche e diventare gli eroi del paese. ln un viaggio tra paesaggi fantasma rurali, i protagonisti affrontano numerosi ostacoli (tra cui treni, sanguisughe e bande rivali) che li formano e fortificano nel loro percorso di crescita. Alla fine del cammino, ormai maturati e arricchiti da tutte le esperienze fatte, si rendono conto che denunciare la scomparsa del ragazzo in forma anonima sia la scelta migliore, rinunciando quindi alla gloria.
Perché tanti ragazzi ancora oggi rimangono colpiti da questo film? Sicuramente grazie alla sua genuina rappresentazione dell’amicizia, raccontata attraverso quattro protagonisti di diversa estrazione sociale, in cui è facile immedesimarsi. Gordie è un ragazzo benestante e sensibile che, al contrario di quanto si possa pensare, non vive in un contesto familiare semplice, segnato dalla perdita dell’adorato fratello maggiore. Chris, animo nobile e coraggioso che si batte per le ingiustizie, è il suo migliore amico, nonché primo sostenitore del suo sogno di diventare scrittore. Teddy invece è il giullare del gruppo, vittima di un padre violento reduce della Seconda Guerra Mondiale. Infine Vern, il ragazzo impacciato e insicuro che scopre dell’esistenza del cadavere da suo fratello più grande, appartenente alla banda di bulli dei “Cobra”.
Nonostante lo spirito d’avventura iniziale, il viaggio dei quattro ragazzi viene scandito dalla paura, una presenza costante che si manifesta in diversi modi e momenti del film, facendoli riflettere su sé stessi e sulle loro priorità. Molto spesso legato a traumi e insicurezze personali, questo sentimento s’instaura nei loro cuori, rendendoli vulnerabili e umani e infrangendo la mascolinità tossica. In particolare, dopo essersi accampati nel bosco, vediamo Gordie e Chris confidarsi pensieri e preoccupazioni riguardo il futuro: qui Gordie confessa la paura di non essere abbastanza e il suo non sentirsi amato dai genitori – che a lui preferivano il fratello – oltre al suo forte desiderio di diventare scrittore, mentre Chris esprime la preoccupazione di rimanere relegato al ruolo di criminale e di non combinare nulla nella vita come il resto della sua famiglia. Anche Teddy e Vern condividono un rapporto speciale fatto per lo più di prese in giro reciproche, dietro cui si nasconde la bontà di Teddy che si trova a fare i conti con i traumi del padre, difendendolo anche dopo che questi gli ha bruciato un orecchio.
L’amicizia tra i protagonisti e l’avventura vissuta insieme trascendono il tempo, sia sullo schermo che nella realtà. Il finale dolceamaro in parte rassicura lo spettatore sul futuro dei quattro ragazzi, poiché ognuno di loro ha trovato la propria via, ma lascia anche un velo di malinconia, rendendoci consapevoli di quanto crescendo si perda quell’innocenza e spavalderia che caratterizzava la gioventù. A rendere l’epilogo ulteriormente struggente – specialmente dopo la scomparsa di River Phoenix nel 1993 – è la scena finale dove Gordie saluta per sempre Chris, non sapendo che quella sarà l’ultima volta in cui lo vedrà.
Stand By Me é la prova che anche le situazioni peggiori possono essere superate se affrontate assieme, oltre a ricordarci il valore dell’amicizia giovanile, spensierata e libera. D’altronde, come afferma Gordie, in età adulta non si avranno più amici come quelli che si avevano a dodici anni. «Gesù, ma chi li ha?»
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