Una finta guardia apre la porta, rivelando un mare di banchi in legno e una grossa scritta sulla parete: Tribunal oral en lo criminal federal. Poi, se si gira l’angolo, centinaia di libri “archivo” e un attore argentino che ti indica la strada per “el baño”. Siamo al tribunale di Torino, zona Vallette, ma tutto lascia credere di trovarci in Sud America. Si tratta infatti del set di Ritorno a Buenos Aires, nuovo film di Marco Bechis la cui realizzazione sarà completata nel primo trimestre del 2026, in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell’inizio della dittatura militare argentina (marzo 1976).
Girato tra Porto Alegre, in Brasile, e Torino, il film segue Mariano Guerra (Adriano Giannini), medico torinese che negli anni ‘70 si trasferisce a Buenos Aires con il proposito di «fare delle buone cose». Eppure, nulla va come previsto. Mariano viene sequestrato, torturato e reso schiavo in un campo di concentramento per due anni e quarantasei giorni. Tempo dopo, viene chiamato a tornare in Argentina per testimoniare nel processo contro gli uomini che lo imprigionarono durante la dittatura militare, la stessa che nel 1978 organizzò i Mondiali di calcio mentre il Paese era attraversato dalla repressione clandestina.
«È molto importante raccontare la verità, mantenere viva la memoria» racconta il cast durante la conferenza stampa. «Ultimamente stanno negando i desaparecidos, o comunque i numeri delle vittime vengono abbassati. Questo è doloroso e grave per le famiglie che hanno perso dei parenti».
Il film non racconta il ritorno di un eroe in cerca di rivalsa, ma il percorso di un uomo che porta dentro di sé la propria zona d’ombra: piegato dalla tortura, Mariano parlò denunciando i suoi compagni. Così, quando nel 2008 viene convocato per l’ennesima volta a testimoniare, il conflitto è forte: andare o non andare? «Spesso si sottovaluta il coraggio necessario per testimoniare ricordi così dolorosi», sottolineano dal set.
Ritorno a Buenos Aires ha un profondo valore per il regista: «Sono anch’io un sopravvissuto alla dittatura, sono anch’io un testimone». Difatti, per scrivere la sceneggiatura Marco Bechis si è ispirato a La solitudine del sovversivo, romanzo autobiografico pubblicato nel 2021. Inoltre, raccontando la visita all’ESMA di Buenos Aires in compagnia del regista, Giannini evidenzia che, per quanto impattante ciò che lo circondava, la testimonianza più grande l’aveva al proprio fianco.
È chiaro, Ritorno a Buenos Aires non sarà una visione leggera; ma è proprio questo l’obiettivo dei produttori. «Secondo i sondaggi, il primo motivo per cui la gente va al cinema è spegnere il cervello. Noi vorremmo che avvenisse il contrario, vorremmo far sì che la gente rifletta» dichiara Domenico Procacci, fondatore di Fandango. Un film di estrema attualità, una versione aggiornata e contemporanea della figura del sopravvissuto, un’opera che si prospetta intensa e toccante.
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