La grazia di Paolo Sorrentino

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Tre strisce di fumo colorato riempiono il cielo: verde, bianco e rosso. Si disperdono lentamente sotto i battiti di una musica dance/elettronica. Il Presidente della Repubblica accende la sua sigaretta quotidiana, l’unica che si concede durante la giornata. È Mariano De Santis, un ex-giurista, cattolico, vedovo e padre. Lo chiamano “Cemento Armato” perché è bloccato nei dubbi, incapace di scegliere e ossessionato dalla verità. Desidera un po’ di leggerezza, ma ha perso la capacità di sognare. È incastrato in un passato che non riesce a ricordare e che non vuole dimenticare.
«Io quando ricordo muoio».
La grazia (2026), scritto e diretto da Paolo Sorrentino, è stato presentato all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a Venezia, dove Toni Servillo ha vinto la Coppa Volpi per il miglior attore protagonista.
Mariano De Santis (Servillo) è ormai alla fine del suo mandato e si trova davanti a dilemmi morali che arrivano sulla sua scrivania come un’ultima resa dei conti: concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio e decidere se promulgare la legge sull’eutanasia. Scelte che lo costringono a fare ciò che ha sempre rimandato: agire. Sono tre decisioni destinate a convergere in un confronto con se stesso e con la sua più logorante ossessione. Sorrentino rappresenta questi conflitti alternando politica e pop, solennità e ironia: la leggerezza invade i doveri di un Presidente e, nel momento giusto, ti strappa una risata.
Ma sotto questa messa in scena, La grazia è un film sul tempo. Quello che passa, quello che resta fermo nei nostri ricordi, quello che ci immobilizza davanti al dubbio e impedisce al coraggio di decidere. È qui che il film si ricollega al tema costante del cinema del regista: il rapporto con ciò che siamo stati e con ciò che continuiamo a portarci addosso. Le nostre origini non si possono cancellare e ogni tentativo di allontanamento dal proprio passato ha conseguenze inevitabili: ci perdiamo e rimaniamo soli nella nostra malinconia. Finisce così che ci sentiamo bloccati dentro un tempo che non esiste più, murati nel cemento – proprio come accade a Titta Di Girolamo in Le conseguenze dell’amore (2004), e proprio come suggerisce il soprannome di De Santis. Forse, però, una via di salvezza esiste: è l’amore perché ci riporta alle nostre emozioni originarie e ci permette di riconoscere noi stessi. È così che Jep Gambardella decide di tornare a Napoli per ritrovare la grande bellezza. «Non ti disunire, non ti disunire mai». È ciò che viene detto a Fabietto (Filippo Scotti) in È stata la mano di Dio (2021), una condizione da proteggere e custodire gelosamente.
In tutta la sua cinematografia, Sorrentino cerca ossessivamente un senso alla vita a cui non riesce a dare soluzione perché la realtà è scadente. Ma in La grazia accade qualcosa di nuovo: quella grande bellezza – che sembrava confinata nel passato – diventa presente. Entra nelle scelte che facciamo e nel coraggio di decidere anche quando non abbiamo tutte le risposte.
Per questo La grazia sembra racchiudere tutta la poetica del suo autore, con Mariano che incarna e attraversa l’evoluzione della sua ricerca esistenziale. Il Presidente, infatti, all’inizio è solo, immobile e non accetta il suo passato – come tutti i personaggi sorrentiniani. Poi ritorna dove ha conosciuto sua moglie, il suo grande amore, evocando il finale di La grande bellezza (2013). E poi, Mariano, va oltre, perché trova la risposta alla fatidica domanda sul senso della vita: non è altro che accettare il fascino dell’incertezza, la leggerezza nel corpo quando si riesce a lasciare andare il tormento interiore causato dalla paura di scegliere.
«Di chi sono i nostri giorni?».… se non troviamo il coraggio di prendere una decisione?
Il passato non va dimenticato, perché è la radice dei nostri dubbi e delle nostre azioni; ma non vi si può restare incastrati. Il rischio, allora, è immobilizzarsi e diventare prigionieri dei propri pensieri. Una trappola in cui il passato diventa condanna solo se non viene accolto.
Sorrentino non smette di inseguire questa grazia vitale perché è sempre lì che trova la sua verità. Ma non è una verità assoluta e coincide con l’attrattiva della sospensione della scelta.
L’indecisione rimane, come rimane ciò che siamo stati. Ma imparare a prendersi le proprie responsabilità in presenza del dubbio significa avere il coraggio di non dimenticare – come Aurora, la moglie defunta del Presidente, non lo ha mai dimenticato – insieme alla forza di rievocare alla mente senza essere schiacciati dal ricordo stesso, senza sentirsi morire.
Alla fine, ogni volta che decidiamo di agire con coraggio, lo facciamo mossi dall’amore: per Mariano è quello per sua moglie, per i figli, per la legge e per la verità.
Sorrentino ci ricorda che il dubbio non è una fragilità, ma una virtù dimenticata; e La grazia lo rivendica come fondamento dell’agire politico e umano.
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'La grazia' racchiude l'universo narrativo di Paolo Sorrentino: una forma compiuta della sua poetica che risponde al dilemma centrale della sua filmografia.





