Scritto da

Vittoria Bracco

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«Quando scriviamo un romanzo siamo soli, quando componiamo musica siamo soli, lo stesso quando dipingiamo un quadro. I cineasti, invece, non sono mai soli, e da qui nasce una grande sfida del XX secolo: essere sia cineasti che artisti. Orson Welles ci è riuscito.»

Regista, attore, autore, illusionista, narratore radiofonico, drammaturgo e persino uomo politico: non si può dire che Orson Welles non sia stato un artista poliedrico. «Era molto americano ma anche molto europeo. Era un avanguardista, un pioniere del cinema sperimentale, ma anche un’icona del cinema popolare» racconta Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française e curatore di My name is Orson Welles, la nuova mostra al Museo Nazionale del Cinema. Tra trasmissioni radiofoniche e numeri di illusionismo, Orson creò milioni di avatar, contribuendo ad alimentare la propria mitologia. Una mitologia di cui era ben consapevole: «Welles era molto aperto e schietto, ma non peccava certo di falsa modestia. Era conscio della propria celebrità, sapeva che cosa rappresentava per i cineasti di tutto il mondo».

Eppure, il suo sogno era uno e uno soltanto. Tra televisione, pubblicità “indegne” e ruoli attoriali in pellicole ben poco memorabili, ciò di cui Welles si occupava quotidianamente non era altro che un mezzo per i propri fini. Infatti, tutti i soldi che l’attore e regista guadagnava li spendeva esclusivamente per girare i propri film. Non che gli mancassero le opportunità: Hollywood lo amava, gli avrebbe dato volentieri la possibilità di realizzare cinquanta Quarto Potere, cinquanta Citizen Kane. E Orson amava Hollywood: molti ricorderanno la frase che pronunciò la prima volta che entrò negli Studios: «E’ il più bel trenino elettrico che un bambino possa desiderare».

Al tempo stesso, però, Welles desiderava mantenere la propria indipendenza. Voleva fare film che piacessero a lui, non agli altri. Così, negli ‘50 si trasferì in Europa. Non aveva soldi, aveva perso il trenino, era armato soltanto del proprio genio e della propria voglia di fare. Nonostante ciò, in quegli anni realizzò Otello (1951), film artigianale e indipendente che, oltre a vincere il Gran Prix du Festival de Cannes, rivoluzionò il cinema europeo.

My name is Orson Welles racconta tutto questo. La mostra – visibile dal 1 aprile al 5 ottobre – celebra l’innovatività e la rivoluzionarietà dell’attore e regista, «combinando in modo notevole due elementi importanti: l’aspetto didattico, ovvero il dare informazioni, e quello evocativo, emozionale» spiega Carlo Chatrian, direttore del Museo. Inoltre, a breve uscirà in libreria Un pezzo grosso, romanzo tratto da un manoscritto degli anni ‘50 dello stesso Welles. «E’ molto divertente, ricco di personaggi grotteschi e colpi di scena» racconta Elisabetta Sgarbi, direttrice della casa editrice La nave di Teseo. E non è tutto: «anche il numero di aprile della rivista Linus sarà dedicato a Welles».

Insomma, diverse novità in arrivo, tutte volte a celebrare un enfant prodige dai molteplici volti, un cocco di Hollywood poi emarginato dagli Studios, ma, soprattutto, un grande innovatore.

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Pubblicato il:

2 Aprile 2026

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